Pif: "La mafia uccide solo d'estate", recensione dal TFF 2013

Pir e Cristiana Capotondi
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Pif ha presentato al Torino Film Fest, in anteprima, la sua opera prima, "La mafia uccide solo d'estate": il racconto di una storia d'amore nella Palermo di Cosa Nostra degli 70 e 80. Scopri di più su melty.it.

Quello che tenteremo di fare è, in primo luogo, evitare di spoilerare il motivo per cui Pif - ospite di Fabio Fazio proprio lo scorso 24 novembre a "Che tempo che fa" - ha scelto di intitolare il suo film “La mafia uccide solo d’estate” per non guastarvi la bella sorpresa, e, in secondo, mettervi in guardia sulle reali intenzioni del protagonista e regista, non perché la sua opera sia brutta, ma perché il racconto del fenomeno mafioso, e dell’ascesa della Cosa Nostra di Toto Riina, è soltanto un espediente – effettivamente la successione degli eventi non ci dice nulla di nuovo – per mostrare qualcos’altro, una storia d’amore dallo sviluppo abbastanza comune, almeno al cinema: l’innamoramento della bella del reame, il rivale più sfrontato e spavaldo, la presenza di innumerevoli ostacoli da superare, l’allontanamento e, infine, il tanto agognato lieto fine. Sì, quella di Pif è una commedia romantica a tutti gli effetti, seppur atipica e originale, con un’unica differenza: Arturo-Pif, il protagonista, ha avuto dei contatti, più o meno diretti, con i nomi più importanti e famosi del tragico periodo mafioso della Palermo degli anni 70 e 80. Si tratta di incontri piuttosto comuni, se pensiamo che Boris Giuliano, Chinnici e Della Chiesa, prima di morire – al cinema – hanno rispettivamente offerto una iris, letto un messaggio d’amore sul marciapiede e rilasciato un’intervista poco convenzionale. Insomma, come lo stesso Arturo ammette all’inizio del film, la sua vita è stata interamente condizionata da quello che si diceva in giro, sui giornali e in televisione sulla mafia. Come qualunque famiglia italiana media di quegli anni. Come quella di Pierfrancesco Diliberto, Pif.

Pif: "La mafia uccide solo d'estate", recensione dal TFF 2013

Oltre all’innamoramento per Flora Guarneri, Cristiana Capotondi, e il tentativo – tipico della stagione dell’amore – di farsi notare in qualunque modo dalla propria amata – anche vantarsi di ospitare un boss mafioso – “La mafia uccide solo d’estate” indaga il ruolo della famiglia – d’altra parte, il titolo viene proprio da lì – a cui Pif affida, anche un po’ utopisticamente, un duro compito: il senso della storia. Quella di Arturo, la famiglia da cui non prendere esempio, risponde poco e male alla curiosità del figlio, in più, lascia che sia Andreotti, l’eroe del protagonista, a dare consigli su come conquistare una donna. La questione dell’innamoramento, che da una parte vede Flora e dall’altra Giulio Andreotti – il proprio mito, il migliore amico, colui che sa capirci e parlarci(ci sarà mica un riferimento storico? ) – è inevitabilmente legata, come ogni romanzo di formazione che si rispetti, alla delusione. Arturo si innamora perdutamente – di un’idea, di un sorriso, di uno sguardo, di una parola - segue il proprio cuore, sogna, crede, e si brucia. Ed è forse lì la chiave di volta: negli amori con un lieto fine, quelli che, nonostante le sofferenze, ti fanno crescere e capire, e quelli meno belli, che ti illudono e deviano la strada, ma ti segnano tanto quanto gli altri.

Pif: "La mafia uccide solo d'estate", recensione dal TFF 2013

L’ingenuità – condizionata da innumerevoli presenze – che si fa coscienza, potremmo dire. Qui, però, i nodi vengono al pettine, perché per quanto “La mafia uccide solo d’estate” faccia divertire - qui il simpatico poster in cui il piccolo Pif è travestito da Andreotti - e affronti temi di rilevanza sociale e civile in maniera del tutto orginale, in primo luogo il senso della storia e il suo rapporto con il cittadino medio, la trappola della retorica e dell’idealismo è sempre dietro l’angolo, e spesso Pif la prende in pieno – soprattutto quando appare Arturo in età adulta. Se poi si parla di mafia la situazione si fa ancora più complicata. A onor del vero, per quanto le immagini di repertorio e le varie targhe commemorative facciano sempre il loro effetto – l’emozione è tanta anche alla miliardesima visione – la sensazione che si ha, una volta uscita dal cinema, è che, per l’ennesima volta, sia è stata raccontata la stessa storia. Ecco qual è la vera occasione mancata da Pif: non aver tenuto il piede sull’acceleratore fino alla fine. La sua fiaba, un semplice racconto di crescita, disillusione e coscienza, in fin dei conti è la nostra storia, ed è comunque un buon inizio. Personale, passionale e, senza dubbio, decisamente romantico, alla maniera del suo protagonista.

Pif: "La mafia uccide solo d'estate", recensione dal TFF 2013 - photo
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Crediti: web , Youtube 01 Distribution