The Hateful Eight: La recensione del capolavoro di Quentin Tarantino

Alcune immagini del nuovo capolavoro di Quentin Tarantino
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Abbiamo visto in anteprima “The Hateful Eight”, di Quentin Tarantino. Cosa aspettarsi dal film? Solo il meglio: ecco la nostra recensione.

(Di Enrico Fop) Le premesse non erano delle migliori: Quentin Tarantino che decide di girare un altro western, dopo il gradevole - ma non eccelso - “Django Unchained”. Poi internet peggiora le cose: viene diffusa online la sceneggiatura; mossa che, oltre a far imbestialire il regista, rivela un soggetto trito, con situazioni, personaggi e dialoghi ampiamente abusati nel repertorio tarantiniano. Un autore alla frutta, hanno pensato in molti. E invece no, anzi, l'esatto contrario: in barba a ogni pronostico, “The Hateful Eight” si rivela un capolavoro, forse il suo miglior film dai tempi di “Pulp Fiction”. Ambientato nell'America post-guerra civile,“The Hateful Eight" (ecco 5 cose da sapere sul film) racconta di una diligenza in viaggio verso la cittadina di Red Rock. Oltre al cocchiere, a bordo ci sono John Ruth (Kurt Russell) e Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh): un bounty killer e la sua prigioniera, destinata alla forca. Sul tragitto incrociano il maggiore Warren (Samuel L. Jackson) e Chris Mannix, prossimo sceriffo di Red Rock. A causa di una bufera, l'allegra combriccola è costretta sostare in una baita, occupata momentaneamente da quattro sconosciuti. Sono Bob (Demián Bichir), Oswaldo Mobray (Tim Roth), Joe Gage (Michael Madsen) e il generale in pensione Sanford Smithers (Bruce Dern). Così gli otto “odiosi” si trovano a convivere sotto lo stesso tetto, dove tensioni e pregiudizi rischiano di esplodere in un tripudio di sangue. Chi sopravviverà all'interminabile bufera?

THE HATEFUL EIGHT... E ½. Arrivato al suo ottavo lungometraggio (traguardo sbandierato fin dalla locandina), Tarantino coglie l'occasione per realizzare un personale “8 e mezzo”. Insomma si mette in discussione e tenta l'impresa più ardua per un artista: raccontare sé stesso. Nel farlo però, evita accuratamente il “metodo Fellini”, quello della seduta psicanalitica, a cui preferisce quella “cinematografica”. La sua d'altronde, è un'esistenza passata in sala, dove i ricordi in cellulosa valgono più di quelli del subconscio. Così il nostro sceglie l'unica terapia possibile: chiudersi in una baita del Wyoming, assieme ai suoi otto personaggi, con in mano un canovaccio dozzinale. Il film verrà da sé: basta lasciare che le cose accadano, che questi si massacrino mentre l'autore resta a guardare. Il risultato, manco a dirlo, è un ritorno alle origini, vista la spudorata somiglianza con “Le Iene”. Il tono è quello autobiografico: il diario di un cinefilo di mezza età, che tenta un bilancio della sua esistenza. La resa dei conti con sé stesso, tra un mexican standoff e l'altro.

8 PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE. Riassumendo, in “The Hateful Eight” Mr. Tarantino ha una gran voglia di mettersi in gioco e disattendere le aspettative. Lo fa girando due film in uno, un autentico “Grindhouse”, dove il primo non ha praticamente azione, ma soltanto dialoghi: a volte raffinati, a volte no e diciamolo, pure un tantino noiosi. È una piéce teatrale a tutti gli effetti, con gli attori che gesticolano e recitano a voce alta come fossero sul palco. Poi arriva il secondo tempo, gli 8 personaggi ritrovano l'autore ed è lì che smettono di farsi i complimenti. Quentin Tarantino entra in scena (lo sentiamo in voce over), prende in mano la mdp e persegue la furia iper-violenta con cui girò i primi film. Cosa chiedere di più da una sua opera? Nulla, perché c'è proprio tutto quello che (non) ci si aspettava. E le citazioni? Tranquilli, ci sono anche quelle, ma esaurita la carica post-moderna, somigliano più propriamente a dei ricordi. Tanti momenti, ad esempio, ricordano “La cosa” di John Carpenter, che a sua volta ricordava i western di Howard Hawks. Gli 8 personaggi, ne ricordano altri tarantiniani, con i medesimi attori che fanno il verso a sé stessi. L'elenco di reminiscenze è potenzialmente infinito - poche sono le scopiazzature vere e proprie - ma il punto è che si percepisce una svolta nostalgica da parte dell'autore. Continuando il parallelo con Federico Fellini, non ci stupiremmo se prima o poi Tarantino girasse un "Amarcord". Magari in salsa pulp, ma pur sempre dominato dai ricordi. "I giorni in cui dimentico sono finiti, stanno per cominciare i giorni in cui ricordo" diceva Zucchino a Coniglietta in "Pulp Fiction": una battuta che oggi suona profetica.

Crediti: web