San Junipero e l'errore di Cartesio: possiamo vivere senza i nostri corpi?

Una scena del film
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“San Junipero”, la 03x04 della serie tv distopica “Black Mirror”, oltre ad aver portato sul piccolo schermo la tenera storia d’amore queer tra Kelly e Yorkie, ha offerto importanti spunti per tornare a parlare della visione dualista cartesiana, nella quale la mente può sopravvivere al corpo dopo la morte. Questa volta, però, il Paradiso non sarà altro che una realtà virtuale.

“San Junipero”, il quarto episodio della terza stagione della celebre serie tv britannica “Black Mirror”, si è aggiudicato di recente due premi agli Emmy Awards di quest’anno (“Miglior film per la tv” e “Miglior sceneggiatura per miniserie o film per la tv”), confermando il successo e i riconoscimenti ottenuti sia dalla critica che dal grande pubblico. In netta contrapposizione con lo stile e le atmosfere tipiche del telefilm, questa puntata si distingue a causa dei toni fortemente edulcorati e della scelta di proporre un inaspettato – seppur apparente – ‘happy ending’.

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Copertina dedicata all'episodio

Per gran parte della durata dell’episodio, lo spettatore crede di essere immerso negli anni ’80, cullato dalla voce di Morrissey e dalle note di “Heaven is a place on Earth”, mentre osserva sospettoso il colpo di fulmine tra la timida protagonista Yorkie e la più spontanea e sensuale Kelly al bar di San Junipero, la cittadina balneare nella quale stanno trascorrendo le vacanze. Basteranno alcune battute criptiche e la consapevolezza di star guardando, seppur attraverso la lente di una storia d’amore omoerotica, una delle serie più disturbanti dell’ultimo decennio, per accorgersi che in realtà non siamo davvero nel passato, bensì in una realtà virtuale grazie alla quale le protagoniste possono tornare indietro nel tempo assumendo la propria fisionomia di quegli anni.

Ci troviamo, invece, nel futuro, dove gli essere umani possono scegliere di continuare a “vivere” anche dopo la propria morte, attraverso una tecnologia sofisticata che concede alle “anime” delle persone di “impiantarsi” in un software apposito, chiamato per l’appunto San Junipero. Kelly e Yorkie, difatti, sono rispettivamente un’anziana signora in fase terminale e una donna tetraplegica imprigionata nel proprio corpo da più di quarant’anni. Entrambe sono ancora in vita e stanno testando per poche ore a settimana questa nuova tecnologia, in attesa di decidere se abitare per l’eternità in un mondo fittizio oppure se consegnarsi alla vacuità della morte.

Ciò che ci impressiona, per tutta la seconda parte dell’episodio, è l’idea che la mente di una persona possa essere ‘trasferita’ in un dispositivo digitale e che, quindi, possa sopravvivere al suo corpo. Affinché tutto questo sia realizzabile, è necessario concepire l’essere umano partendo dalla classica concezione dualista elaborata dal filosofo francese René Descartes (Cartesio). Quest’ultimo, difatti, immaginò l’uomo come diviso in due sostanze distinte e relate: l’anima e il corpo. In tal modo, avvalorava la tesi secondo la quale la coscienza e la mente sono indipendenti dalla materia e, quindi, destinate a sopravvivere alla morte cerebrale.

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Cartesio, filosofo francese

“E notando che questa verità: io penso dunque sono, era così solida e sicura che tutte le più stravaganti supposizioni degli scettici non erano capaci di scuoterla, giudicai di poterla accogliere senza scrupolo come il primo principio della filosofia che cercavo. Pervenni in tal modo a conoscere che io ero una sostanza, la cui intera essenza o natura consiste nel pensare, e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo né dipende da alcuna cosa materiale. Di guisa che questo io, cioè l’anima, per opera della quale io sono quel che sono, è interamente distinta dal corpo, ed è anzi più facile a conoscere di questo; e anche se questo non fosse affatto, essa non cesserebbe di essere tutto quello che è.” (Cartesio, Discorso sul metodo)

Alla luce delle nuove ricerche neuroscientifiche e degli illuminanti lavori di autori come il neurologo e filosofo Antonio Damasio, però, l’ipotesi che la mente sia il frutto di una stretta e incessante collaborazione tra il sistema nervoso centrale e il resto del corpo umano appare fortemente più plausibile di un’impostazione dualista. In un saggio del 1994, intitolato “L’errore di Cartesio”, fu lo stesso Damasio a negare l’efficacia della visione dualista e a rintracciare in quest’ultima la base dell’idea che la mente umana possa essere paragonata ad un software. Secondo l’autore, difatti, non può esistere una reale comprensione della natura umana, se quest’ultima viene separata dalla sua prospettiva evolutiva e neuroanatomica. La mente sarebbe, difatti, ‘embodied’, incarnata, ovvero il risultato dell’interazione continua tra il corpo, l’ambiente e il cervello

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Antonio Damasio, neuroscienziato

“Eccolo, l’errore di Cartesio: ecco l’abissale separazione tra corpo e mente – tra la materia del corpo, dotata di dimensioni, mossa meccanicamente, infinitamente divisibile, da un lato, e la stoffa della mente, non misurabile, priva di dimensioni, non attivabile con un comando meccanico, non divisibile.” (Antonio Damasio, “L’errore di Cartesio”)

Partendo dalla visione del neuroscienziato portoghese, sembra totalmente irrealistica la possibilità presentata dall’episodio in questione. Anche ammettendo il passaggio di dati dal cervello umano al software, ciò che verrebbo prodotto sarebbe una copia in digitale del soggetto di riferimento. Essendo sconnessa dal corpo e, soprattutto, passando da un’intelligenza ‘organica’ peculiare ad una artificiale, il nostro alter ego non avrebbe nessun collegamento diretto con la persona defunta, rappresentandone un pallido fantasma in una realtà artefatta.

Probabilmente, allora, la scelta di Kelly di raggiungere Yorkie nel paradiso artificiale di San Junipero, non è una scelta compiuta per attaccamento alla vita, per mera paura della morte, bensì il desiderio che una parte di sé, anche qualora quest’ultima fosse un’ombra digitale, continui a vivere per amore di qualcun altro. Dopotutto, come direbbe la filosofa statunitense Judith Butler, “la vita può essere intesa proprio come ciò che eccede ogni tentativo di dar conto di essa”.

Crediti: Google