Ryan Gosling: "Vi racconto Lost River e il mio incubo americano"

Ryan Gosling  a Parigi
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Abbiamo incontrato Ryan Gosling a Parigi per la presentazione di “Lost River”, e tra una battuta e un amico a quattro zampe di troppo, ecco cosa ci ha raccontato la star canadese sul suo primo film da regista.

(Di Anna Verrillo) La racer jacket bianca con lo scorpione giallo sulla schiena sostituita da una più modesta camicia a quadri, i muscoli possenti sacrificati per una figura più esile e meno virile: quando Ryan Gosling (qui la sua pagina facebook italiana) fa il suo ingresso nella sala conferenze dell’ Elysées Biarritz, i duri a cui ha prestato volto e muscoli sul grande schermo, dal temerario “pilota” di Drive al violento motociclista di “Come un tuono” sembrano lontani anni luce. Eppure, questo ragazzo biondo con la faccia pulita e provata dal tour de force dei giorni parigini, non ha meno fascino dei suoi alter ego al cinema. Ryan arriva accompagnato da un’ovazione in sala, ma il suo non è il comportamento di un divo di Hollywood: si scusa per il ritardo come l’ultimo degli stagisti assunti in un ufficio, sorride ai presenti, ostenta espressioni buffe e simpatiche, si rende perfino protagonista di un siparietto comico con il cagnolino del collega Reda Kateb che continua a distrarli durante l’intervista. Il successo, la fama e la bambina avuta recentemente dalla bellissima Eva Mendes, sembrano non aver cambiato affatto questo ragazzo dell’Ontario, che della sua terra conserva ancora la semplicità nei modi e una rustica e primordiale giovialità, che contrasta con l’etichetta da sex symbol che in molti hanno cercato di affibbiargli nel corso degli anni.

Ryan Gosling  a Parigi
Ryan Gosling a Parigi
Ryan Gosling  a Parigi
Ryan Gosling a Parigi
Ryan Gosling  a Parigi
Ryan Gosling a Parigi
Il fascino discreto di Ryan

In molti lo ricorderanno seduttore incallito con pettorali in vista in “Crazy Stupid Love”, o professore tossicodipendente in “Half Nelson”, eppure Ryan è arrivato nella Ville Lumiére in vesti molto diverse. L’ultimo ruolo che l’attore più promettente della sua generazione ha deciso di ritagliare per sé è quello di regista, e non ha certo esordito con un film qualsiasi. La prima opera diretta da Gosling, “Lost River” è passata lo scorso anno a Cannes nella sezione Un Certain Regard dividendo la critica. Si tratta di un noir moderno in bilico tra realismo sociale e fantasy, tra onirismo di lynchiana memoria e cinema indipendente americano. Una pellicola tutt’altro che semplice, e che risente non poco delle influenze del mentore di Gosling, Nicolas Winding Refn. Ma cosa spinge uno degli attori più pagati del momento a mettersi in gioco dietro la macchina da presa rischiando il tutto per tutto con un film poco adatto al grande pubblico? “Vengo dal Canada e da piccolo avevo un’idea molto romantica degli Stati Uniti, soprattutto di Detroit che era il luogo in cui venivano fabbricate le Model T della Ford e molte altre auto, e che per me quindi rappresentava il sogno americano. Quando ci andai di persona rimasi molto sorpreso perché era diverso da quello che avevo sempre immaginato. Ci sono quartieri in cui le famiglie cercano di sopravvivere mentre le case attorno alla loro vengono continuamente bruciate. Mi sembrava che per queste persone il sogno americano si fosse trasformato in un incubo, e mi sono promesso di raccontare la loro storia. Appena ne ho avuto la possibilità, non ho perso tempo, ho cominciato a girare da solo e intanto scrivevo durante le riprese. Solo più tardi sono arrivati gli attori. E’ stato un processo molto graduale” ha spiegato l’interprete canadese. .

Raccontando il sogno americano... o forse era un incubo?

Eppure, lungi dall’essere una mera descrizione dell’America, “Lost River” fa della dimensione fiabesca e surreale il proprio marchio di fabbrica, con personaggi e luoghi degni di un racconto dei fratelli Grimm: "C’è qualcosa di surreale nel vivere in questi posti, è come se le persone che ci abitano fossero le ultime sulla faccia della terra, per cui le loro storie si prestano benissimo ad essere lette come un’opera di fantasia. Raccontare tutto in maniera classica, dando una lettura puramente sociale, significava circoscrivere la storia a Detroit, mentre volevo rendere accessibili a tutti le emozioni di queste persone e non limitarle ad una conseguenza della crisi economica. Ho scelto di vedere la situazione dal punto di vista di due adolescenti cresciuti in questi luoghi con la convinzione romantica di essere vittime di una maledizione da spezzare”. Il realismo, invece, si è manifestato nella pellicola sotto altre sembianze: “ La mia idea era cavalcare l’onda tra la realtà e la fantasia, ma non passare completamente al fantasy. Per evitare ciò abbiamo preso persone del quartiere e le abbiamo inglobate nel film. Una sera stavamo girando una scena in una stazione del gas, e le persone del posto attorno a noi cominciavano ad arrabbiarsi perché non ce n’era un’altra per miglia e noi li stavamo privando dei pochi servizi che avevano. A quel punto abbiamo pensato di farli entrare nel film. Gli attori veri erano spaventati perché queste persone non le conoscevamo, e potevano essere capaci di qualsiasi cosa. E’ stato in quel momento che la pellicola ha assunto la sua identità”

Tra Lynch, Del Toro e... I Goonies!

Tra un intervento e l’altro Ryan lancia occhiate di complicità a Reda Kateb, rimane composto e ascolta con attenzione anche quando in sala si parla francese, lingua a lui sconosciuta. Immancabili, arrivano anche le domande su quali siano stati i modelli di riferimento per le riprese di “Lost River”. Sullo schermo gli omaggi a “Velluto Blu” di David Lynch e “Il Labirinto del Fauno” di Guillermo del Toro sono evidenti, eppure, stando alle parole del regista, le influenze del suo film sono da ricercarsi in altre pellicole: “ In verità volevo fare una sorta versione dark dei Goonies. Le influenze vengono dai film degli anni 80’ con cui sono cresciuto come “Il segreto di Nimh”. La trama prevede sempre una famiglia in pericolo che cerca di uscire fuori da una situazione estrema, e volevo farne la mia versione. Devo dire grazie ai film che mi hanno fatto amare il cinema, perché mi hanno fornito una base da cui partire, ma ho girato tutto attraverso una lente che è mia, il mio modo di vedere come regista”. Le ultime dichiarazioni del giovane cineasta lasciano presagire un futuro lontano dai blockbuster e più vicino alle piccole produzioni indipendenti: “Uno dei mie primi film è stato “The believer”, un progetto che ricordo con molto piacere. Non era una storia adatta a tutti, ma noi volevamo raccontare qualcosa, portare semplicemente il nostro film in giro per Festival. In seguito ho fatto dei film più importanti, ed è stato fantastico, ma c’era una parte di me che voleva tornare indietro a quei progetti che si realizzano con la mentalità di uno studente di cinema. Voglio poter sperimentare”. Con questa battuta Ryan Gosling ha salutato i presenti: nessun trucco, nessun effetto mirabolante, eppure la sua uscita di scena, si è guadagnata una standing ovation degna del miglior film di Winding Refn

Crediti: youtube, melty.fr, web