Roberto Saviano a Giffoni: "La mafia è la sola che investe sui giovani"

Roberto Saviano
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Roberto Saviano ha incontrato sabato 27 luglio i giovani giurati del Giffoni Film Festival. "La mafia - ha ammesso - è la sola ad investire sui giovani". melty.it ha partecipato all'incontro fiume con i ragazzi.

La sicurezza era in fibrillazione ieri pomeriggio a Giffoni, i bodyguards erano più tesi e acidi del solito e i giornalisti in sala stampa mal celavano una certa insofferenza per non poter intervistare Roberto Saviano che ha deciso di incontrare solo i giovani giurati, sicuramente per problemi di sicurezza. Roberto Saviano, giornalista e scrittore, napoletano, noto per aver denunciato la potenza economica della Camorra, è arrivato al Giffoni Film Festival con la scorta, quella che dal 2006 lo segue dappertutto, dopo le minacce ricevute dai clan. L’incontro con i ragazzi lo ha entusiasmato particolarmente, come ha scritto lui stesso sulla sua pagina Facebook: "Oggi pomeriggio al Giffoni Film Festival incontrerò 800 ragazzi dai 13 ai 18 anni. Non c'è niente che mi renda più felice che incontrare ragazzi, perché sono la platea più creativa che c'è. Essere al Gff è un'esperienza che volevo fare da anni".

Grazie all’ultima puntata di Pif – Il Testimone Roberto Saviano aveva avuto modo di raccontare e mostrare la sua vita, fatta di impedimenti e rischi, dove anche i gesti più quotidiani diventano impossibili, ieri a Giffoni in sala con i ragazzi ha avuto la possibilità di condividere con loro le sue scelte e le sue convinzioni. Se il regista François Truffaut, ospite del Festival nel 1982 lasciò scritto: "Di tutti i festival del cinema, quello di Giffoni è il più necessario", possiamo ben dire che Roberto Saviano è l’ospite più necessario e il suo incontro con i giovani è stato illuminante. "Per un attore o un regista americano venire qui è incontrare un’idea innovativa – ha esordito Saviano - per me è incontrare un miracolo in una terra complicata come questa. Per me significa che qualcosa è ancora possibile: era da tempo che non impattavo con un entusiasmo così".

I ragazzi della giuria erano insieme eccitati e contratti, curiosi e intimoriti da tutti quegli omaccioni con occhiali da sole e ricetrasmittenti. Alcuni erano in preda ad una sorta di timore reverenziale, altri sembravano un po’ scettici, ma tutti a fine incontro sono rimasti colpiti e affascinati dalle parole di Roberto. Le denunce che porti avanti da anni a costo della tua vita producono orrore e sdegno nell’opinione pubblica. Può essere vero che questo bombardamento mediatico stia producendo un’assuefazione al male? Il bombardamento mediatico rischia l’assuefazione, già dopo 3 giorni che si guarda la stessa notizia ci si annoia, ma in risposta a tutto questo non può esserci il silenzio, o la scelta di non dare queste notizie. Io ho cercato di fare una narrazione diversa, facendo vedere come le storie di mafia coinvolgono e riguardano tutti. La mia ossessione è trovare la forma narrativa per coinvolgere tutti e cercare di costruire empatia”.

Per te cosa significa Forever young, il tema del nostro Festival? Per sempre giovani è non abbassare mai la guardia, è cercare di comprendere sempre e non sedersi mai.

In Delitto e Castigo di Dostoevskij si fa una distinzione tra uomini ordinari e straordinari, tra ‘chi vive alla giornata’ e chi si fa carico di tutti quei sentimenti e quelle preoccupazioni che gli altri non provano. Tu ti senti un uomo straordinario? Diciamo che vivo una vita fuori dall’ordinario, anche mio malgrado. Io volevo fare lo scrittore, volevo osservare e raccontare, ma non immaginavo tutto questo. Quando ti capita una vita straordinaria, o scappi o ti dai coraggio.

Queste storie che racconti, le mafie e l’indifferenza, le tue denunce, sono cose che condividiamo tutti noi qui, ma perché se la prendono solo con te? Il mio nome esce perché io mi ostino ad andare negli spazi mediatici e a parlare di queste storie con uno strumento letterario, che non è quello tecnico, ma il vantaggio di essere universale. C’è poi anche una parte di ambizione in me: io volevo condividere i miei libri con migliaia di persone. Volevo che arrivassero al più alto numero di lettori, anche a chi non condivide il mio modo di stare al mondo o di guardare il mondo. Io voglio che le persone dicano ‘s’è inventato tutto, è un mitomane’, perché poi devono andare a cercare la prova per smentirmi e si imbatteranno in quelle storie”.

Qual è il tuo limite? Ho tantissimi limiti, la mia è una vita limitata, nelle emozioni, nelle relazioni… Mi salva in qualche modo la sensazione di arrivare a tante persone e la speranza di trasformare. Io non voglio indicare una strada, ma voglio far cercare strade.

Cos’è necessario per abbattere il muro dell’omertà? Servono i giovani? L’omertà si rompe nel momento in cui la legalità diventa conveniente, non solo una scelta morale. Io sogno un mondo in cui il ragazzino che esce con la ragazzina e parcheggia in doppia fila fa la figura del fesso e non quella del più forte. Se la legalità è solo una scelta etica l’omertà non si distrugge. Deve diventare non conveniente il silenzio. Le nuove generazioni sono fondamentali, soprattutto quando costruiscono alleanze perché l’omertà è solitudine.

Come ti immagini se non avessi fatto questo? Tante volte mi viene in mente questa domanda. Credo che la mia vita sarebbe stata molto meglio. Io all’inizio mi divertivo: quando a 26 mi hanno pubblicato il mio primo libro ero contentissimo, ero al centro dell’attenzione, facevo incontri, la mia faccia usciva sui giornali, adesso però che ho quasi 34 anni e sono sotto scorta da quando ne avevo 27, sento di aver perso tante cose, qualcosa anche di fondamentale.

Quant’è stato formativo per te conoscere Antonio Moresco? Antonio è uno scrittore patrimonio: l’incontro con lui mi ha dato molta forza, una sorta di militanza totale verso la parola, mi ha dato fiducia e mi ha insegnato che giocarsela tutta per realizzare il proprio progetto ne vale la pena.

Cosa ne pensi del futuro del giornalismo? Vedo che da un po’ di tempo si preferisce il gossip al giornalismo di inchiesta. Il rischio è che diventi sostitutivo dei racconti. Con una foto di nudo si ottengono migliaia di clic e nelle inchieste invece non si investe più, perché se ne vanno soldi e non si fanno clic. Il futuro del giornalismo credo sia nella responsabilità del lettore.

Cosa ti fa andare avanti e cosa ti da forza? Non c’è un'unica cosa che mi fa andare avanti. Già stare qui con voi a condividere delle cose è un privilegio. Chi mi osserva dice ho rinunciato alla libertà, ma in cambio ho tutto. In realtà non c’è nulla che fino in fondo compensi e spesso penso ‘ma chi me l’ha fatto fare! ’. Molti mi dicono ‘vuoi stare su questi palchi e rinunci alla tua vita’, ma io non voglio perdere la mia identità, non voglio sparire in Islanda. All’inizio la mia forza era la rabbia, adesso ho una sorta di coscienza ultima e penso che tutto questo ne è valsa la pena. Magari qualcuno inizia a guardare la realtà in maniera trasversale, pensi a tutte le parole scritte e alle persone che le leggeranno, e mi sento meglio.

C’è fascinazione verso il mondo della camorra. Perché? Sì, quando non lo si conosce bene il meccanismo di mafia genera fascino, quando lo si guarda da lontano. All’estero, dove non c’è tanta cultura antimafia, noi in questo siamo all’avanguardia, vedono il mafioso come l’uomo che si prende su di sé tutto il potere e le sue responsabilità, che ha le palle, che è capace di perdere la vita e di dare la morte. Dove c’è un’azione totalizzante si genera fascino. Ammazzare è un’azione totalizzante. Ma il problema vero è che l’alternativa manca, dannazione! L’unica vera organizzazione che in Italia investe sui giovani è la mafia. I capi che oggi comandano Scampia hanno tutti meno di 30 anni e nessun consiglio d’amministrazione ha queste età.

A Roberto Saviano è andato il Premio Truffaut, il premio più importante del Giffoni Film Festival, assegnato ad attori del calibro di Robert De Niro, Meryl Streep, a registi come Roman Polanski, ma questa volta, per la prima volta, è stato assegnato ad uno scrittore, ad un ragazzo, che ha fatto del coraggio e dell'impegno i suoi imperativi categorici. Truffaut ne andrebbe sicuramente fiero.

Crediti: Roberto Saviano