Roberto Minervini: "Io, un Italiano che racconta l'America a Cannes"

Roberto Minervini
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Roberto Minervini, in concorso con “Louisiana” nella sezione Un Certain Regard a Cannes, ci ha raccontato la sua America tra freaks e reietti.

Roberto Minervini non è il solito regista che ci si aspetterebbe di trovare in un festival blasonato come quello di Cannes, per cui è in concorso nella sezione “Un Certain Regard”. La sua vocazione è quella di raccontare storie e servire agli occhi dello spettatore la verità così com’è, nuda e cruda, senza palliativi, senza nessuno sforzo estetizzante per rendere la più pillola più facile da indorare: “Mi guadagno da vivere vendendo case eco sostenibili, sarebbe impossibile riuscire a portare avanti una famiglia col solo cinema, ma mi rendo conto di essere un privilegiato” ha spiegato il regista italiano che da 10 anni risiede negli Stati Uniti. Lontano anni luce dai 3 colleghi che lo hanno preceduto in gara, questo ragazzo col cinema nel sangue ha spiegato da dove arriva la sua vocazione: “Non sono un appassionato di cinema come la maggior parte delle persone che sono qui a Cannes. Ho iniziato come fotoreporter, e ho sempre pensato che una foto dovesse scuotere le persone che la guardavano. E’ lo stesso con un film, ragion per cui ho scelto di raccontare la realtà che mi circonda”. Il cinema di Minervini è più vicino al documentario puro che alla finzione narrativa, in cui ogni artifizio è sacrificato a vantaggio dell’autenticità: Louisiana è un film potente e d’impatto che mostra l’altra faccia dell’America, quella fatta di tossicodipendenti, veterani di guerra fanatici e violenti, spogliarelliste incinte che continuano a lavorare per pagarsi le proprie dosi quotidiane, e ancora paramilitari ossessionati dalle armi e ogni genere di reietti della società.

Come ha lavorato per la realizzazione di questo film?

Abbiamo girato per 5 mesi analizzando ed osservando diversi personaggi che avevano una vita particolarmente interessante. Io e mia moglie abbiamo poi scelto quali storie inserire nel montaggio. Non c’è nessuna sceneggiatura alla base, ciascuno viveva come avrebbe vissuto senza la presenza della telecamera, senza nessun tipo di pudore. I due protagonisti, ad esempio, ci hanno permesso di riprenderli anche nella loro intimità, si sono affidati completamente a noi. Ho chiesto di poter girare scortato per tutelarmi perché in ogni caso avevo a che fare con dei tossicodipendenti, ed anche perché avvicinarsi ad alcune location era davvero pericoloso.

Dopo la sua trilogia del Texas ha deciso di spostarsi in Louisiana, come mai questa scelta?

Non volevo che qualcuno potesse gettare uno sguardo compassionevole sui miei lavori, ma volevo creare un dibattito che andasse oltre il livello narrativo. Non mi interessava fare un lavoro regionalista ma più corale sugli Stati Uniti, e non potevo che scegliere la fascia centrale del Paese, quella economicamente più soggetta ai cambiamenti e quindi più debole, ma anche politicamente molto ben definita.

Nel suo film ha dedicato ampio spazio ad un gruppo di paramilitari…

Gli USA sono un Paese in difficoltà che paga lo scotto di una politica estera guerrafondaia con cui è cresciuta un’intera generazione, e Obama non ha preso una direzione netta in questo senso. Si potrebbe parlare di una “guerra glamour”: gli spot pubblicitari realizzati per ringraziare i propri eroi somigliano ai film della Bigelow. E' un motivo presente nella quotidianità delle persone.

Ha seguito la vita di queste persone quasi 24 ore al giorno per 5 mesi. Ma quanto si è lasciato coinvolgere dalle vicende che ha raccontato?

E’ diventato tutto parte della mia vita, alcuni tra i protagonisti mi hanno scritto per Cannes ma non sono potuti venire perché sono pregiudicati, molti mi hanno detto che grazie al film si sono sentiti utili. Ancora adesso ho discussioni con i paramilitari, e la situazione è diventata piuttosto pesante perché tenere le cose separate è praticamente impossibile. Da un punto di vista emotivo e psicologico è devastante (si commuove) e penso seriamente di volermi prendere un periodo sabbatico.

Ma dopo aver raccontato l’altra faccia dell’America, non pensa un giorno di poter raccontare l’altra faccia dell’Italia?

“ Sono Italiano e ci ho ovviamente pensato. La cosa che mi farebbe veramente felice però sarebbe vedere qualcun altro che non sia io fare una cosa del genere nel mio Paese”.

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