Rivolta in Turchia: Testimonianza da Istanbul, "contro di noi gas scaduti"

Le proteste ad Istanbul
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Una manifestazione pacifica repressa con la forza. 1.700 prigionieri, 2 morti accertati, 6 giorni di rivolte hanno infiammato Istanbul. Cansu, studentessa, ha raccontato a melty.it i suoi giorni di calvario.

“Era cominciata come una protesta pacifica. Potevi sentire tra i manifestanti lo spirito del 1968”, racconta Cansu, 25 anni, a melty.it sulle proteste che stanno infiammando la Turchia. Cansu, raggiunta via Skype in un momento di tregua delle manifestazioni, ha accettato di raccontarci la sua esperienza come manifestante e come studentessa, dopo sei giorni di proteste. “Era cominciata come una manifestazione pacifica contro la decisione del governo – ricorda Cansu – di far diventare Gezi Park un centro commerciale”. Cansu, presente durante la prima parte della manifestazione, si è trovata a far fronte a diverse cariche della polizia, che ha dato prova nell’occasione di una violenza senza precedenti. “Gezi Park è l’unica area verde a Taksim, centro città e piazza famosissima di Istanbul. Taksim è il cuore della città, ed è una piazza simbolica: è qui che si sono tenute tutte le manifestazioni e le proteste del Primo Maggio”. Alla manifestazione erano presenti, ricorda Cansu, artisti, studenti, professori, colletti bianchi e semplici civili. Fino a quando la folla non è diventata di ora in ora più numerosa, e sono cominciate le prime provocazioni.

“Tutto andava bene, fino a quando un parlamentare, Sırrı Sureyya Onder, si è messo di fronte alle ruspe - quelle destinate a demolire gli alberi di Gezi Park – e ha detto: ‘voi non potete fare questo’”. Una frase simbolica, che ha dato il via al lancio dei lacrimogeni della polizia. “Ma la vergogna più grande è stata che nessuna rete televisiva e nessun giornale ha dato notizia degli scontri. Piuttosto, hanno tramesso dei documentari sui pinguini! ”, dice Cansu. “Tutte le foto e i video delle prime fasi della manifestazione sono state realizzate dai civili, e diffuse attraverso Twitter e Facebook”. Non a caso, i social network sono stati bollati dal primo ministro turco Erdogan come “pericolo numero uno per la società”. In questo caso, è solo grazie ai social network che la notizia della protesta ha potuto valicare i confini della Turchia, fino a quando non è stata ripresa dai media stranieri.

Ma il peggio doveva ancora venire. Cansu ha partecipato alle manifestazioni anche nei giorni seguenti. Sabato notte, si è rifugiata con alcuni manifestanti dietro a una barricata di fortuna, per sfuggire alle manganellate e agli arresti di massa della polizia turca (quasi 1.700 persone sono state condotte in prigione dall'inizio della rivolta). “Avevamo eretto una barricata di fortuna a Harbiye, vicino a piazza Taksim. Per un attimo ho creduto di morire, non riuscivo più a respirare. Abbiamo preso delle foto delle capsule di gas che ci hanno lanciato contro. Era gas scaduto. Molto più nocivo di quello che avevano usato in un primo momento”, ha raccontato Cansu, ancora sconvolta per l’accaduto.

Cansu e i suoi amici non si sono fatti curare in ospedale. “Acqua, limone, latte e Talcid sono ottimi per contrastare gli effetti del gas”. Cansu è rimasta sorpresa della solidarietà dimostrata dalla popolazione di Istanbul nei confronti degli studenti e dei manifestanti: “non mi aspettavo di ricevere una tale solidarietà in un paese come la Turchia, dove regnano tuttora divisioni etniche e religiose. Stavamo scappando dal gas, ci siamo trovati in trappola dentro a una strada strettissima, mentre tutti urlavano di terrore. Ed ecco che una porta si è aperta, e una donna ci ha detto: ‘entrate, entrate! ’”. Cansu ha insistito molto sulla solidarietà che in queste ore sembra legare manifestanti e popolazione civile, anche quella parte che tradizionalmente sostiente il governo di Erdogan. “Gli abitanti dei quartieri vicino a piazza Taksim ci hanno portato latte e limone, e ci hanno aiutato a venirne fuori”.

Sulle sorti del governo di Erdogan, Cansu non si sbilancia. Soprattutto, non vuol sentir paragoni con la Primavera Araba e con le dimissioni di Mubarak in Egitto. “Erdogan è stato eletto democraticamente. Molte persone vorrebbero le sue dimissioni, ma non penso che succederà. I manifestanti tuttavia si aspettano un passo indietro su Gezi Park. E vogliono essere liberi di scegliere il proprio stile di vita”. Durante l’intervista Cansu ha, infatti, ricordato le precedenti intromissioni del primo ministro Erdogan nella vita privata dei suoi concittadini: dalle restrizioni sul consumo di alcolici, ai “consigli” alle famiglie di generare almeno 3 figli, alle polemiche sulla “moralità” nei luoghi pubblici, dopo l’arresto di una coppia di innamorati sorpresa a baciarsi nella metro di Istanbul.

Questo pomeriggio, lunedi 3 giugno, Cansu non ha ancora deciso se raggiungere i manifestanti a Gezi Park o partecipare a una manifestazione del suo vicinato. “Ne ho abbastanza del gas – dice, laconicamente – Anche se non ci sono poliziotti in giro, sappiamo che tra le fila dei manifestanti ci sono degli infiltrati della polizia, e altri distrubatori”. Lo scopo dei disturbatori è duplice: da un lato giustificare la repressione più dura, dall’altro spezzare l’alleanza tra manifestanti e il resto della popolazione. La popolazione di Istanbul, assicura Cansu, condivide le ragioni della protesta, ma solo fino a quando questa resterà nei confini della legalità. “Deve rimanere una manifestazione pacifica”, ripete Cansu. Quando le chiediamo se ha paura per quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni, Cansu non si compone: “prego perché la violenza finisca”. Pochi minuti prima, il presidente turco Abdullah Gül ha parlato pubblicamente, tendendo una mano ai manifestanti: “abbiamo ricevuto il vostro messaggio”. "La democrazia non significa soltanto elezioni", ha dichiarato il presidente turco. Ci son voluti sei giorni, due morti e 1.700 prigionieri, prima che le preghiere di Cansu e degli altri manifestanti fossero ascoltate.

Crediti: Archivio web