Nymphomaniac Vol. 1, porno o tragicommedia? La recensione

Una scena tratta da Nymphomaniac
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“Nymphomaniac”, ultimo film-scandalo di Lars Von Trier, è un festival della lussuria intriso di intimismo e numerosi momenti d'ironia. A parte i rapporti sessuali espliciti, però, resta poco di memorabile. La recensione di melty.it.

Niccolò Inches – Parigi. “Mea Vulva, Mea Vulva”. In una battuta a suo modo geniale, tutta la liturgia peccaminosa che percorre la Parte I di “Nymphomaniac”, ultimo film del visionario regista danese Lars Von Trier. Lo scandalo evocato dalla sua uscita nelle sale (in Italia, procrastinata ad aprile 2014 causa penuria di impresari disposti a distribuirlo) e l’aura soft porn che ha circondato la pellicola sin dalla sua presentazione ai Festival di Cannes e Berlino, in effetti, non sono stati disattesi. Il dramma vestito di perversione sessuale è lo stesso che ha entusiasmato gran parte della critica, soprattutto statunitense, anche se nei quasi 120 minuti della prima parte (si ricordi che la versione estesa di siffatto “kolossal” dura circa 4 ore) le vicende della protagonista Joe (interpretata da Charlotte Gainsbourg) arrivano a sfiorare il grottesco, suscitando spesso e volentieri l’ilarità dei cinefili accorsi alla sperduta sala C dell'elefantiaco MK2 di Parigi.

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Bisogna conoscere Lars Von Trier per saperlo prendere. Per un neofita dei suoi film, l’impatto non è eccessivamente traumatico. Il debutto del film è tranchant ma non originalissimo, immerso in un’atmosfera da ghetto polacco della II Guerra Mondiale in cui viene a crearsi una sorta di ossimoro vista-udito tra la drogheria ebraica dove incontriamo il buon Selingman (un ottimo, benché statico, Stellan Skarsgard) e il tracotante metal in sottofondo dei teutonicissimi Rammstein. Per un istante, risuona l'eco delle polemiche sul Von Trier "filo-nazista" a Cannes 2011. Poi l’incontro con la Joe ferita, soccorsa e ospitata a casa dell'uomo, e l'incipit della pseudo-confessione che farà da cornice alle vicende esistenziali della donna. Come ormai sanno anche i sassi, si tratta di un excursus sulle avventure sessuali della protagonista in poco meno di mezzo secolo, articolata in più capitoli.

La prima parte di “Nymphomaniac” ne svela solo i primi tre. La Charlotte Gainsbourg "ammaccata" del presente si interseca, nei continui flash-back, con il suo alter-ego di gioventù, che ha il volto di Stacy Martin. La nonchalance con cui la giovane Joe si concede all’altro sesso (anche per un pacchetto di cioccolatini) sembra evocare un libertinismo rudimentale ma radicale, in cui il sesso diventa fine e l’esperienza erotica si sostanzia in uno utilizzo stakanovista dell’altrui corpo. E l’amore? “Per tutti i crimini commessi in nome dell’Amore, solo uno è stato commesso in nome del Sesso” è il pensiero dell’adolescente Joe, ben distante da un sentimento frivolo che finirà comunque per bussarle alla porta qualche anno più tardi.

Interessante è certamente il confronto tra il vecchio Selingman e l’ormai matura Joe. Il senso di colpa di lei di fronte all’indulgenza di lui, un contrasto che si consuma all’interno di una stanza non dissimile dal set di un esorcismo. Il tutto finisce per collimare in un’unico grande orizzonte condiviso dai due: la consapevolezza della solitudine. I dialoghi tra i due personaggi diventano spesso dei voli pindarici inascoltati dal reciproco interlocutore, intrisi di feticismi e ossessioni (la pesca e la polifonia di Bach per Selingman, ovviamente amplessi plurimi e altri riti pruriginosi per Joe). Centrale, ma non trascendentale, è la liaison di gioventù con il “trasformista” Jerome (Shia LaBeouf), mentre lo strazio grottesco della moglie tradita Mrs.H (una Uma Thurman in grande spolvero), che si vede strappare il marito dalle mani di una ninfomane in erba, risulta uno dei frammenti più riusciti. Più del rapporto tra Joe e suo padre (Christian Slater), scontato interludio familiare alle scorribande sessuali della ragazza.

Al di là di speculazioni e interpretazioni varie, tuttavia, Nymphomaniac è prima di tutto una mastodontica opera sul sesso. E di sesso ce n’è abbastanza, ivi comprese le tanto sbandierate panoramiche su organi genitali (“trapiantati” in digitale sugli attori principali) e penetrazioni. E’ molto probabile che, fatta eccezione per amanti del cinema d’essai e aficionados di Von Trier, una buona fetta di spettatori si sarebbe ben guardata dall’acquistare il biglietto, in mancanza di cotanta lussuria. Le locandine “orgasmiche” e l’opera omnia del marketing sono stati un efficacissimo Cavallo di Troia presso il grande pubblico. Difficilmente archiviabile presso il genere Erotico, che sia quello gioioso e godereccio dei falli di gomma alla Tinto Brass o l'elegante settarismo onirico di Stanley Kubrick e il suo “Eyes Wide Shut” (dalla cui colonna sonora, comunque, è stato “rubato” il valzer di Dmitri Shostakovich), Nymphomaniac è anzitutto un porno-psicodramma in cui la cupidigia si alterna a delirio e depressione. In fin dei conti, però, sono i contorni farseschi (dai cliché sulla libido adolescenziale ai richiami alla zoologia) a risultare i passaggi più brillanti. Ma questa, in fondo, era solo la prima parte: non ci resta che attendere il processo di maturazione del personaggio per mettere ordine a un divertente ma sopravvalutato puzzle di amplessi.

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