Noir in Festival, Margaret Atwood: "le mie ancelle, il femminismo e Trump"

Margaret Atwood
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La scrittrice canadese è stata protagonista di un incontro con il pubblico in cui si è raccontata con grande ironia

“Al momento potrei scrivere anche un elenco telefonico e me lo pubblicherebbero ugualmente”: scherza così sul suo status di scrittrice cult Margaret Atwood, premiata con il Raimond Chandler Award al Noir in Festival 2017. L’autrice de “Il racconto dell’ancella” e “L’altra Grace” è stata protagonista di un incontro con il pubblico alla Fondazione Feltrinelli di Milano, durante il quale ha parlato a Chiara Valerio e ai presenti con l’inarrivabile ironia che da sempre la contraddistingue. Dalla genesi delle sue opere al movimento femminista, senza dimenticare una lucida riflessione sull'attualità, ecco cosa ha raccontato l'autrice canadese.

Un mondo in apprensione

In passato ho definito gli Stati Uniti malati di “megalomania” e il Canada di “schizofrenia”. Se dovessi descrivere lo status mentale non solo dell’Europa, ma del mondo in generale in questo momento, sarebbe l’apprensione. Siamo in un’epoca in cui possiamo guardare al passato: le persone scappano dagli Stati Uniti verso il Canada come facevano gli schiavi negli anni dell’abolizionismo. Per cui quando Trump dice “Make America great again” mi verrebbe da rispondergli “Again? Perché, quando lo è stata?”.

Com’è nato il Racconto dell’ancella

Le mie fonti d’ispirazione per il romanzo sono prevalentemente tre: la storia americana in relazione alla teocrazia e quella mondiale rispetto al ruolo della donna; i miei studi sull’utopia e la distopia; e gli articoli di giornale che leggevo negli anni’80. Mi riferisco in particolare a quelli in cui si chiedeva alle persone cosa avrebbero fatto se fossero arrivate al potere. Qualcuno diceva che le donne dovevano tornare a stare in casa, e in quale modo si sarebbe potuto ottenere questo risultato se non tagliando le loro fonti, il loro lavoro? Quindi ho pensato a che tipo di totalitarismo avrebbe potuto prendere piede negli Stati Uniti e, onestamente, non sarebbe stato il comunismo.

Dal libro allo schermo: meglio il film o la serie tv?

Di “Il racconto dell’ancella” sono stati realizzati sia un film nel 1990 diretto da Volker Schlöndorff che una serie tv targata MGM Television e Hulu. Ho probabilmente preferito quest’ultimo adattamento perché le serie tv hanno il vantaggio di poter mettere in scena un romanzo in tutto e per tutto, anche per motivi di durata. Credo inoltre che l’escamotage narrativo usato per rappresentare i conflitti interiori di Difred nel film non li abbia resi in modi esemplare. Un videogioco del “racconto dell’ancella?” ce l’hanno proposta, ma bisogna prestare molta attenzione, perché si potrebbero prendere direzioni pericolose. Qui si parla di teocrazia religiosa, non è uno show per ragazzine.

Il Femminismo

Molti mi definiscono una femminista, ma sono nata nel 1939, e a quell’epoca non c’era il femminismo. Sono cresciuta con i racconti di mia madre, vissuta nello stesso periodo di donne avventurose come Amelia Earhart. Il movimento femminista è arrivato quando io avevo 30 anni e scrivevo già romanzi, quindi era troppo tardi perché mi influenzasse. Non era qualcosa che mi toccava in prima persona: io non ero cresciuta in un contesto urbano, non potevo ribellarmi contro chi voleva che indossassi abiti rosa e gioielli, perché non ce li avevo nemmeno. Non si può scrivere di donne senza che qualcuno ti etichetti come femminista: chiunque scriva in modo onesto di qualcosa si vedrà descritto in maniera politica.

Autobiografia? No grazie!

Non scrivere mai un’autobiografia, ma se proprio dovessi farlo mi concentrerei sulle cose più interessanti, che sono quelle fatte prima di diventare un’artista. E’ così in tutti i casi e per tutti gli scrittori: una volta diventati tali, la loro vita si riduce ad un lavoro dopo l’altro, al fatto che alcuni fumano una pipa o usano una macchina da scrivere. Io partirei invece dai libri che ho letto prima di iniziare a scrivere i miei.

Crediti: archivio web