MEI 2015, Giordano Sangiorgi: Come la Rai, Sanremo e le Major hanno ignorato l’indie italiano (Intervista)

Il Meeting delle Etichette Indipendenti
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In occasione dell’edizione del 2015, abbiamo intervistato il patron del MEI, Giordano Sangiorgi, riguardo i cambiamenti e gli ostacoli che ha vissuto l’indie italiano negli ultimi 20 anni.

Il #nuovoMEI2015 – come recita l’hashtag lanciato dagli organizzatori - si terrà a Faenza dal 1° al 4 ottobre 2015 e prevede un fitto programma di incontri, presentazioni, workshop, dibattiti e concerti tutti legati allo scenario della musica indipendente italiana. L’indiece di melty ha intervistato Giordano Sangiorgi, storico ideatore del Meeting delle Etichette Indipendenti – per capire quali novità dovremmo aspettarci dalla nuova edizione e soprattutto per conoscere l’opinione di chi da 20 anni ha seguito passo passo l’evoluzione della musica indipendente italiana, nonostante gli ostacoli incontrati lungo il percorso.

Giordano Sangiorgi, patron del MEI
Giordano Sangiorgi, patron del MEI

L’indiece di melty - #nuovoMEI2015 è l’hashtag con cui avete lanciato l’edizione di quest’anno: quali novità ci aspettano? L’hashtag riassume tutta l’attenzione del MEI 2015 per i nuovi produttori e artisti indipendenti italiani under 30. Abbiamo chiuso un primo ciclo - focalizzato sulla discografia indipendente - festeggiando l’anno scorso a Roma i primi 20 anni della manifestazione. Adesso il nostro compito sarà principalmente quello di creare un ponte tra le band e i giovani produttori.

Com’è cambiata la musica e com’e cambiato il MEI nell’arco di questi 20 anni? La musica è sicuramente la piattaforma che negli ultimi 20 anni è stata maggiormente segnata da un vero e proprio tsunami tecnologico. Il MEI è nato sull’onda della prima crescita della discografia indipendente, quando era in auge ancora il fax. Poi è stata la volta dell’mp3, di Myspace, poi ancora YouTube, Facebook: ogni 2, 3 anni si è vissuto un cambiamento epocale che ha permesso di aumentare esponenzialmente la discografia indipendente. Peccato che l’altro grande cambiamento in questo senso – oltre al crollo del mercato dei cd, da un fatturato di 2 miliardi a circa 100 milioni di euro – è stato senz’altro l’appannaggio delle major globali, il quasi monopolio delle grandi etichette sulla stragrande maggioranza dei brani di tutto il mondo.

Il Meeting delle Etichette Indipendenti
Il Meeting delle Etichette Indipendenti

Come si può affrontare un cambiamento del genere? È necessario, innanzitutto, appropriarsi delle risorse: bisogna coniugare l’azione dei produttori con quella degli artisti, lottare con le multinazionali per ottenere percentuali di quote di mercato dalle 10 alle 100 volte più alte. Ci vorrebbe una legge anti-trust in Europa che spacchettasse questi colossi e permettesse l’ingresso della concorrenza, un ruolo decisivo, perciò, spetta alla politica. Bisognerebbe creare anche un motore di ricerca europeo, alternativo a Google, e creare una piattaforma online di streaming musicale legata principalmente alla musica italiana, di tutte le epoche. Una sorta di spotify italiano, dove in evidenza accanto a ‘Volare’ compare, che so, anche l’ultimo brano de Il Teatro degli Orrori.

A questo proposito: perché secondo te in Italia c’è una spaccatura così grande tra la cultura mainstream e la scena indpendente? Pensa che la Apple voleva dare 3 mesi di streaming gratuito a tutte le case indipendenti, senza pagarle. Naturalmente noi abbiamo portato avanti una protesta, ma la Apple è tornata indietro solo dopo la critica di Taylor Swift. In Italia non c’è nessun grosso nome che difenderebbe davvero gli indipendenti: il nostro era il paese degli 8000 comuni che si facevano la guerra e questo si riflette anche sulla musica. Il mercato musicale italiano è molto diverso da quello estero perché generatosi da realtà come il Festival di Sanremo o il Festival di Napoli: è nato come se fosse una competizione sportiva, una lotta tra artisti o produttori, connesso al bisogno di essere primi, vendere più degli altri ecc. Non c’è stato nessun approccio culturale, nessun lavoro per creare un “sistema musica”, soltanto grandi divisioni. Questo tipo di divisione da noi non riguarda solo mainstream e indipendente, ma potrebbe nascere anche tra due artisti indie della stessa natura: in Italia c’è un modello culturale provinciale. Vale anche per il mondo dei festival: si spera che il Festival X vada male così che il tuo Festival Y andrà bene. Non funziona così: il successo lo si può ottenere solo facendo funzionare tutta la filiera. Il danno più grave in assoluto, comunque, è stato quello generato dal servizio pubblico della Rai: in 20 anni non ha praticamente mai trattato di musica indipendente, semplicemente facendo come se non esistesse.

Parlando di festival: avete mai pensato di organizzarne uno legato al MEI, sui modelli dei grandi festival europei? Non ci abbiamo mai pensato perché il nostro ruolo è un altro: siamo una piattaforma di incontro tra operatori della musica indipendente under 30. Certo sarebbe utile avere questi tipi di festival, ma per fare ciò c’è bisogno di una rete di associazioni che possano unirsi e organizzare manifestazioni del genere. C’è soprattutto bisogno di un sistema pubblico che lavori tutto l’anno su questi precisi argomenti.

Incontro/dibattito al MEI 2015
Incontro/dibattito al MEI 2015

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Crediti: web