Matteo Renzi: Direzione nazionale Pd, Letta e Napolitano rottamati

Letta e Renzi, nemici-amici
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Il discorso di Matteo Renzi alla Direzione nazionale del Pd rompe gli indugi sul futuro del governo. Il segretario è stato chiaro: non possiamo vivere nell’incertezza. Matteo silura Letta, ma la palla avvelenata di P.Chigi è tutta sua.

La “staffetta” è praticamente imminente. Il passaggio del testimone alla Presidenza del Consiglio dei ministri tra l’attuale premier Enrico Letta e il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi è ormai in dirittura d’arrivo, dopo la Direzione Nazionale del Pd appena conclusasi alla sede del Nazareno. Il documento della Direzione è fin troppo chiaro: “La direzione del Pd ringrazia il Presidente del Consiglio Letta e rileva la necessivtà e l'urgenza di aprire una fase nuova con un esecutivo nuovo che si ponga unobiettivo di legislatura". In altre parole, il benservito che tutti (o quasi) si aspettavano da parte del sindaco di Firenze. Matteo Renzi è intervenuto così davanti al suo partito, dopo il duro faccia a faccia di ieri con Letta: “Il Governo sta vivendo una fase di difficoltà. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità (…) Vogliamo proseguire per i prossimi 4 anni con un progetto di riforme reali. L'unica soluzione che ci possiamo permettere con i numeri che abbiamo oggi in Parlamento (…) Siamo a un bivio (…) l'Italia chiede un cambiamento. O questo cambiamento lo esprime il Pd o non lo farà nessuno”.

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Palazzo Chigi è dunque pronto ad ospitare un nuovo inquilino. L’assenza di Enrico Letta alla Direzione (“Il voto deve essere sereno”, si è giustificato il premier), ma soprattutto l’annuncio del “forfait” del capo del governo dalla visita di Stato nel Regno Unito non lasciavano presagire sviluppi differenti. L’accelerazione è avvenuta in una settimana di fuoco per la politica italiana, che già faticava a scollarsi di dosso le polveri della polemica tra Movimento 5 Stelle e Laura Boldrini su attacchi sessisti e “ghigliottine” istituzionali. Le rivelazioni del giornalista economico Alan Friedman (contenute nel libro “Ammazziamo il Gattopardo”) sui contatti tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex premier Mario Monti mesi prima dell’investitura formale di quest’ultimo nel 2011, hanno contribuito a mettere benzina sul fuoco di Letta e i suoi ministri, già messi all’indice dal leader di Confindustria Giorgio Squinzi per il loro immobilismo su fisco e crescita.

Il governo Letta era, infatti, "La" creatura di Giorgio Napolitano, richiamato in fretta e furia la scorsa primavera per ovviare ad un’impasse senza precedenti in Parlamento, con tre minoranze (Pd, Pdl e M5S) incapaci di formare un nuovo esecutivo. La conditio sine qua non del secondo mandato di “Re Giorgio” era una sola: procedere con le Riforme istituzionali. Con un Letta invischiato nella farsa dell’Imu, il plebiscito in favore di Matteo Renzi (1,8 milioni di preferenze) alle ultime primarie democratiche si è rivelata la miccia della dinamite sotto la poltrona di Palazzo Chigi. Nel giro di poche settimane, Renzi ha strappato a Silvio Berlusconi il beneplacito sulla legge elettorale “Italicum”, pur mantenendo l’odiato listino bloccato e il premio di maggioranza del 37% (a scapito dei 5 Stelle), nonché l’accordo per una riforma costituzionale che “rottami” il Senato e il bicameralismo perfetto in favore di una più agile Camera delle Regioni.

Le Primarie sono state indubbiamente il trampolino di lancio per il giovane Renzi, che si appresta ora a governare (sulla carta) per i 4 anni che restano fino al termine della legislatura. Le indiscrezioni parlano di una squadra di governo già pronta sul taccuino del segretario, tra nomi illustri (il sodale Alessandro Baricco alla Cultura, ma anche il bio-guru Oscar Farinetti di Eataly), fedelissimi nel partito (Maria Elena Boschi alle Riforme) e conferme (Emma Bonino agli Esteri). La palla (avvelenata) è ora nelle mani di Renzi. Il Rottamatore dei Bersani, Letta e Napolitano dovrà vedersela ora con una maggioranza tutta da puntellare, con l’incognita dei “dissidenti” tra i grillini, in Sel e delle aperture del leghista Matteo Salvini, senza contare gli interrogativi su un Berlusconi preso in contropiede e pronto alla controffensiva in vista delle Europee.

Matteo Renzi, nutrita la sua "Ambizione smisurata", è l'ultimo interprete di una lotta fratricida di personalismi tra premier e leader del principale partito di maggioranza, che sempre finito per logorare i governi della sinistra: dopo i Prodi vs D'Alema (1998) e Veltroni vs Prodi (2007), ora tocca a Renzi esibire la testa di Letta davanti al partito. Il rischio della sfida, lanciata sulle ali dell’investitura popolare delle Primarie ma avviata con una manovra da Governo Balneare della Prima Repubblica, è quello di arenarsi nel pantano di Larghe Intese “reloaded”. A proposito di spiagge, chissà che Matteo non si bruci anzitempo di qui al 2018.

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