Wittgenstein ci spiega perché ci piace Calcutta

Calcutta, musicista
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Edoardo D’Erme, ossia ‘Calcutta’ per chi negli ultimi tempi ha navigato su YouTube, ha acceso la radio o semplicemente è andato in qualche festa o locale con musica, è un cantautore apprezzato, che lo si voglia o meno. Altrimenti non sarebbe così noto, e le sue canzoni non sarebbero così conosciute. E attraverso il pensiero del filosofo austriaco Ludwig Josef Johann Wittgenstein, è possibile spiegare perché questo personaggio piace al pubblico

Il 19 aprile del 1989 nasce a Latina Edoardo D’Erme e rimane ignorato per una ventina d’anni, dopodiché entra nelle nostre orecchie – per non uscirne mai più – con: “Ma io mi ricordo una scritta sul muro, un rullo, un tamburo, una danza Kuduro”. Edoardo D’Erme, più comunemente conosciuto come Calcutta, si inserisce nei cantautori del genere Indie, fra tutti il genere più incline ad accogliere le sperimentazioni e le novità. I suoi testi sono un’accozzaglia di frasi, pezzi di storie, riferimenti non sempre eleganti e, dunque, non esattamente consoni a un certo modo di fare e scrivere la musica. In Italia siamo reduci di De Andrè, Battisti e Guccini. Concediamoci di fare almeno un po’ i criticoni di fronte al primo Calcutta di turno. E chiediamoci perché non lo abbiamo fatto abbastanza con i Modà. Già, perché nonostante i retrogusti amari di chi ama il cantautorato tradizionale e i testi con riferimenti dotti alla Battiato, tutti cantano Calcutta, le sue frasi e i suoi ritmi ci attanagliano irrimediabilmente, rieccheggiano dalla casse di ogni festa e li troviamo persino nelle descrizioni delle foto degli innamorati su Instagram. E quindi la vera domanda è: perché ci piace Calcutta?Perché piace proprio a tutti uno che gira con una berrettina tremenda, i maglioni a rombi e le occhiaie scavate? Uno che canta frasi tra il semplice, il banale e lo stupido? La risposta è che Calcutta ci piace perché parla di ognuno di noi. Perché fa quello che hanno fatto gli artisti Andy Warhol e Marcel Duchamp: celebra il quotidiano. Per spiegare meglio cosa intendo mi servirò del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, considerato da molti studiosi il massimo pensatore del XX secolo, soprattutto per i suoi contributi alla filosofia del linguaggio. Dato che per Wittgenstein il compito dei filosofi non doveva consistere nell’elaborare teorie, sarebbe probabilmente disgustato dalla fiumana di parole che è stata creata sulle sue proposizioni. Figuriamoci ora, se si vedesse accostato a Calcutta.

Il cantante Calcutta
Il cantante Calcutta

Il pensatore parla del vedere artistico come uno sguardo che ha il potere di trasformare oggetti e situazioni banali in qualcosa di straordinario. Si tratta di ciò che l’austriaco chiamava vedere-come, ossia la sintesi del momento del ‘vedere’ e del ‘pensare’: egli ne rifiuta la duplicità, scindendo l’aspetto della svalutazione del significato, non appena viene trasferito dal nostro esperire interno nel mondo esterno tramite linguaggio, con l’interpretazione artistica dell’atmosferache circonda una parola o un’espressione, in base alla cultura di riferimento degli interlocutori. Tale concezione poggia su due premesse. In primo luogo, che gli oggetti e i fatti del mondo siano casuali. In secondo luogo, come scritto nel Tractatus Logico-Philosophicus alla proposizione 6.421 e riconfermato nella ‘Conferenza sull’etica’ tenutasi tra il 1929 e il 1930 a Cambridge, che ‘etica ed estetica sono tutt’uno’. Wittgenstein intende l’etica come una ricerca su ciò che è bene. Definizione ripresa dal filosofo britannico George Edward Moore, ma particolareggiata da Wittgenstein. L’etica non è solo ricerca su ciò che è bene, ma anche ‘su ciò che fa la vita degna di essere vissuta’. Se etica ed arte sono tutt’uno, l’arte diventa dunque quella disciplina alla ricerca di ciò che fa la vita degna di essere vissuta. Come può farlo? Attraverso un particolare modo di vedere, attraverso una contemplazione artistica, un’attitudine, un modo di vivere e vedere che sublima ciò che di per se è insignificante in qualcosa di stra-ordinario. Il banale in arte diventa mirabile e degno di attenzione.

Wittgenstein, filosofo
Wittgenstein, filosofo

Questo tipo di contemplazione viene chiamato dall’autore ‘sub specie aeternitatis‘, utilizza questa locuzione latina che significa letteralmente ‘sotto l’aspetto dell’eternità’. Tale espressione, presente anche nell’argomentazione spinoziana relativa all’identità di Dio e Natura, veniva usata inizialmente dalla filosofia scolastica e dalla teologia cattolica: indica il modo di considerare le cose del mondo nell’ottica dell’eternità, una contemplazione dell’oggetto dall’esterno e non dall’interno, come nella concezione tradizionale, così che esso sia in primo piano e il resto del mondo gli faccia da sfondo.

Per supportare la sua tesi, Wittgenstein porta l’esempio di una stufa. Una stufa è soltanto una stufa, si direbbe. Ma se la stufa diventa la compagna della mia giornata, essa diventa il mio mondo, il resto rimane in secondo piano e quella stufa non è più per me semplicemente una stufa. La differenza che corre fra un oggetto qualsiasi e un oggetto carico di senso è il nostro modo di intenderlo. Si potrebbe dire lo stesso di Calcutta? Forse sì. I testi di Calcutta sono a tutti gli effetti una produzione artistica, risultano infarciti di riferimenti alla vita di ogni giorno: il Frosinone in serie A, Papa Francesco, i campi rom, YouPorn. Queste che sono di per sé banalità qualsiasi – e l’album si chiama non a caso Mainstream -, una volta scelte e inserite in una canzone diventano quantomeno degne di essere prese in considerazione. I testi di Calcutta, scarni e grezzi, celebrano ciò che di per sé sarebbe non solo ordinario e banale, ma anche disprezzabile.

Ciò che ci fa celebrare il quotidiano e percepire come opera d’arte un oggetto di uso comune – si pensi a L’orinatoio di Duchamp o alle Brillo Box di Warhol – è la possibilità di ammirare qualcosa per il semplice fatto che esista, che sia al mondo. E tale meraviglia deriva dal percepire quell’oggetto non più come casuale, bensì come necessario in quel posto e in quel momento. Ponderare sul fatto che i testi di Calcutta si meritino o meno l’ammirazione che hanno suscitato nel tempo artisti della levatura di Duchamp e Warhol forse è troppo, ma di sicuro anche loro hanno attraversato una simile difficoltà di accettazione. E’ tipico delle correnti avanguardiste entrare di prepotenza nel mondo dell’arte per mezzo di un rapporto particolare con l’epoca di appartenenza e proseguire il cammino, finché non s’infrangono al cospetto di un’ulteriore slancio sociale, che cancella la situazione antecedente. Tuttavia, rimane ancora un misero insondabile da risolvere. Cosa diamine significa “Pesaro è una donna intelligente”?

Crediti: calcutta, Wittgenstein, Calcutta


2 commenti
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  • La frase "Pesaro è una donna intelligente" Calcutta la 'ha spiegata in una intervista. Ha voluto definire intelligente una città come Pesaro, perché, mentre si trovava lì con una ragazza, ha iniziato a piovere, trasformando l'atmosfera ancora più romantica di quanto fosse già e rendendo, per Edoardo, quel momento, unico. L'aggettivo intelligente è una sorta di riconoscenza...