Iosonouncane per L’indiece di melty: “Die” e la visione paesaggistica del pensiero

Iosonouncane "Die"
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“Die” – il secondo album di Jacopo Incani in arte Iosonouncane – è uno dei dischi più belli di questa prima parte del 2015. Il perché ce lo siamo fatto spiegare direttamente dall’artista: L’indiece di melty presenta…Iosonouncane!

“Come quando vedi le montagne da lontano e ti appaiono ferme, poi più ti avvicini più riesci a cogliere i dettagli e i movimenti… Sono partito dal paesaggio circostante per arrivare nella mente dei due personaggi e poi uscirne nuovamente. “Die” è una visione paesaggistica del pensiero”. Il secondo album di Jacopo Incani in arte Iosonouncane è fuor di dubbio uno dei dischi più belli di questa prima parte del 2015. Curatissimo - sia dal punto di vista dell’arrangiamento che della parte testuale - “Die” è un lavoro di cui si sentiva un gran bisogno, capace di allontanarsi dalla terra della sufficienza artistica, dove non si osa per paura di sbagliare, e di puntare in alto verso lidi inesplorati. Come in un quadro di Friedrich, i protagonisti di “Die” sono parte integrante della natura immensa: non sono mai descritti in maniera esplicita, i loro pensieri vengono filtrati da una visione poetica del paesaggio che li circonda, sintetica e estremamente evocativa. La poesia, d’altronde, è quello che non si dice e questo Jacopo Incani lo sa bene. L’indiece di melty presenta… Iosonouncane!

Iosonouncane "Die"
Iosonouncane "Die"

L'indiece di melty: Da “La macarena su Roma” a “Die” sono trascorsi 5 anni, ma ne è valsa la pena data l’eccezionalità dell’album. Qualità e “fattore tempo” vanno sempre di pari passo? Come discorso generale direi che non è strettamente necessario: prendi il primo disco dei Doors, anche se in quel caso alle spalle c’era stato comunque un anno di lunghe prove. Non è sempre necessario prendersi tanto tempo per fare un lavoro di qualità, ma un lavoro di messa a punto è fondamentale e certamente i frutti non nascono già maturi sugli alberi. Io per “Die” ho iniziato a lavorar pienamente dall’autunno del 2012: da questo momento in poi ho avuto tempo per “sedimentare” i brani. Ho costruito il disco in a base a due punti fermi : un lessico estremamente asciutto e arcaico e una grande quantità di melodie.

Ti aspettavi di avere un tale riscontro positivo da parte di critica e pubblico? In qualche misura mi aspettavo tutto questo. Ti spiego: in Italia si punta spesso a risultati “sufficienti”, nella media; si tende a scongiurare i rischi, a non osare troppo. Così quando esce un disco curato – come fu per “Wow” dei Verdena (qui l'intervista) - s’impone all’attenzione di tutti, proprio perché è raro che nel nostro Paese un disco venga fatto così. Sapevo che questo aspetto si sarebbe fatto notare, a questo si aggiunge il fatto che l’album in sé sta piacendo: piace e basta, lo stanno ascoltando tanto. La nervatura di ogni singola canzone di “Die” è venuta fuori in maniera estremamente istintiva: credo che sia questo elemento a instaurare un rapporto di empatia tra il disco e chi lo ascolta. Il lavoro successivo è stato poi estremamente utile per rifinire con cura la struttura di ogni pezzo.

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Come racchiuderesti “Die” in un’immagine? Dal modo in cui descrivi i due personaggi protagonisti sembra quasi un quadro di Friedrich: l’uomo e il paesaggio come due dimensioni inscindibili. Un’immagine - che poi non ha trovato spazio all’interno dell’album – è una donna molto anziana, mare alle spalle, scogliera davanti. Per quanto riguarda i protagonisti di “Die” non ho mai voluto che queste due figure umane uscissero fuori. Non sono “Mariella” e “Paolo”, sono l’uomo con la U maiuscola e la donna con la D maiuscola. Due binari, due polarizzazioni sulle quali si sviluppa il racconto. Il mio scopo era quello di ritrarre “paesaggisticamente” il pensiero di due esseri umani, di cogliere il concetto di natura che si auto-rigenera. Come quando vedi le montagne da lontano e ti appaiono ferme, poi più ti avvicini più riesci a cogliere i dettagli e i movimenti: prima vedi gli alberi, poi le foglie che si muovono per il vento, poi ancora riesci a distinguere dettagli sempre più nitidi, arrivi alla linfa, alla clorofilla eccetera. Nel caso di “Die” immagina il pensiero di questi due essere umani come lo step delle “foglie”: sono partito dal paesaggio circostante per arrivare nella mente dei due personaggi e poi uscirne nuovamente. È una visione paesaggistica del pensiero.

Quanto hanno contato per “Die” le letture, oltre che gli ascolti? Tantissimo! Sono un lettore dai ritmi molto elevati e quando mi preparo a un disco nuovo leggo in base ai temi che voglio trattare. Ad esempio per l’album precedente ho letto molta saggistica politica (Sartori, Foucalt…), ma anche molto Saramago. In questo caso non mi sono dedicato ai saggi, ma ad alcuni autori in particolare: ho letto e analizzato “Germinal” di Zola, “Lo straniero” di Camus, “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, le poesie de “La terra e la morte” di Pavese, “Il vecchio e il mare di Hemingway”, ma anche alcuni scritti di Manlio Massole, poeta 86enne del mio stesso paese. È stato poi molto difficile arrivare alla sintesi che caratterizza i brani di “Die”: il ruolo principale del testo spetta alle cose che non vengono dette. Ogni parola, comunque, è messa lì dove deve essere con una forte cognizione. In questo senso nei testi ci sono moltissimi richiami interni, rovesci, più livelli di lettura: in una stessa frase a volte ci sono anche 3 soggetti possibili, il che apre a un ventaglio di diverse interpretazioni.

Iosonouncane "Die Tour"
Iosonouncane "Die Tour"

Ripeti moltissime volte la parola “sole”, ma “Die” è un disco cupo: come nasce questa contraddizione? Questa è una cosa emersa molto istintivamente. Le melodie mi escono con facilità: prima di mettermi a lavorare al disco ho sbirciato tra gli appunti e ho selezionato quelle che mi sembrassero legate dallo stesso filo logico. A quel punto iniziai a cantare sulle melodie scelte le stesse 4/5 parole in maniera ossessiva. Una di queste era proprio “sole”, ma ad esempio 'Tanca' mi suggeriva ambientazioni decisamente diverse. Nel disco la dicotomia portante è proprio questo rapporto sole/cupezza: “Die” è il racconto di una morte in pieno sole. Altre contrapposizioni importanti sono quella tra musica sarda/musica elettronica e mare/terraferma.

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Crediti: web , YouTube