“Interstellar” e l’esistenzialismo: quando Camus supera la fantascienza

La locandina del film
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Il penultimo film di Nolan non va letto come un’opera di fantascienza, ma come il dramma dell’assurda esistenza umana descritto da Camus ne “Il Mito di Sisifo”.

In un futuro non troppo lontano, l’esistenza umana sulla Terra è gravemente minacciata da una malattia che affligge la maggior parte dei raccolti, e che lentamente diminuisce la quantità di ossigeno nell’atmosfera. Il professor Brand, uno scienziato che lavora a ciò che rimane della NASA, sta sviluppando una teoria che possa permettere al genere umano sulla Terra di trasferirsi su un nuovo pianeta abitabile, insieme ad un ‘piano B’ qualora non si riuscisse a completare la teoria: popolare un nuovo pianeta partendo da degli embrioni, condannando però gli umani rimasti sulla Terra a morire., Questa la trama di “Interstellar”, il penultimo kolossal dell’acclamato regista Christopher Nolan, i cui critici si sono divisi in due fazioni. C’è chi ha amato il film definendolo uno dei migliori degli ultimi anni nel campo della fantascienza, mentre altri hanno basato le loro critiche negative proprio sul canone di questo genere.

Ma “Interstellar” è effettivamente un film di fantascienza?

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L'astronave "Endurance"

Nel 1942 Albert Camus pubblica “Il Mito di Sisifo”, destinato a diventare un classico della letteratura esistenzialista e filosofica più in generale. Nel saggio, il filosofo francese paragona la situazione dell’esistenza umana a quella di Sisifo, personaggio della mitologia greca condannato a spingere un enorme macigno in cima a una montagna per vederlo rotolare alla sua base non appena raggiunta la cima, per poi ricominciare da capo. Camus spiega come, per l’uomo contemporaneo, la vita e la realtà si rivelino assurde poiché tutte le strutture metafisiche che cercano di irreggimentarle appaiono nella loro natura artificiale e perdono di senso. Priva di un significato trascendente e di valori assoluti, la realtà appare dunque nella sua esistenza certa eppure assurda, lasciando un uomo spaesato senza più punti di riferimento, costretto, come Sisifo, all’assurda fatica di vivere.

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Una celebre foto di Camus

Se si legge tra le righe, il film di Nolan può essere letto come un’opera in ultima analisi esistenzialista più che fantascientifica. Basti paragonarla ad un capolavoro del genere come “2001: Odissea nello Spazio”. Se il film di Kubrik presenta sì delle caratteristiche che oltrepassano i canoni del genere e analizzano l’esistenza umana, il suo focus rimane tuttavia sulle possibilità e sui pericoli che la scienza apre al genere umano; si pensi soltanto a uno dei grandi protagonisti del film, il computer HAL 9000. “Interstellar”, al contrario, non prende sul serio e non sviluppa mai le conseguenze di un trasferimento planetario, ma si concentra invece sull’intreccio drammatico e sulle motivazioni dei personaggi.

Il grande telo nero dello spazio è dunque nient’altro che lo sfondo su cui si stagliano prepotentemente le tute bianche degli astronauti, degli uomini che, chiamati ad una missione degna dei più grandi eroi della fantascienza, falliscono miseramente, rimangono intrappolati nelle dinamiche psicologiche più elementari, si muovono a tentoni nel vuoto assurdo dell’universo, incommensurabile all’uomo.

Non a caso “Interstellar”, grazie al contributo del famoso fisico teorico Kip Thorne, vanta una grande accuratezza scientifica sia nel trattamento di concetti astronomici sia nella loro rappresentazione visiva. Eppure proprio la scienza che entra così a fondo nell’opera di Nolan fino a modellarne la trama e l’immagine, questa struttura sofisticata e totale, si rivela esistere solo per sé stessa, si mostra grandissima e vuota. Un universo regolato da innumerevoli leggi fisiche, nel film come nella realtà, è perfetto eppure insignificante, tanto più infinito e complesso quanto più incommensurabile e inaccessibile all’essere umano.

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La rappresentazione scientificamente accurata del buco nero nel film

Tutti i personaggi si muovono all’interno di questa cornice esistenzialista. Ognuno parte da una diversa interpretazione del significato della vita e della realtà, ma sono tutti destinati al fallimento, come Sisifo, tranne coloro che prendono consapevolezza dell’assurdità dell’esistenza.

Basti pensare ad Amelia Brand, secondo cui il senso dell’esistenza è l’amore, a suo dire una vera e propria forza fisica che lega ogni cosa e dà significato, personaggio tuttavia destinato a fallire, abbandonata su un pianeta disabitato dove l’amore della sua vita è ormai morto. O ancora suo padre, il professor Brand, che sacrifica la sua vita per salvare l’umanità e al tempo stesso nega quella già presente sulla Terra sottomettendola al ‘piano B’, l’unico che a suo parere può funzionare. Oppure si pensi ancora Murphy, un personaggio che apparentemente ha successo, ma che è destinato a una sconfitta più sottile e pesante. Se infatti è vero che riesce a salvare l’umanità sulla Terra completando la teoria del professore e potrà riabbracciare anche il padre prima di morire, Murphy è l’emblema del Sisifo che spinge il masso fino in cima alla montagna senza rendersi conto che rotolerà inevitabilmente a valle subito dopo. Intrappolata nella sua imposizione di un significato ad un universo indifferente, non saprà mai che il ritorno di suo padre è un puro caso; Cooper sarebbe potuto morire nel buco nero, e invece, grazie all’acutezza degli sceneggiatori, si rivela essere il motore dell’azione fin dall’inizio: aveva mandato lui il messaggio che in fin dei conti salverà l’umanità nel lungo termine, ma che allo stesso tempo sacrificherà il tempo passato insieme a sua figlia, obliterando così la cieca fiducia di Murphy nel valore (falsamente) assoluto della famiglia.

Gli unici due personaggi che sono consapevoli dell’assurdità dell’esistenza sono due figure diametralmente opposte: il dottor Mann e Cooper.

Mann, spedito alla ricerca di pianeti abitabili, era pronto a sacrificare la vita per l’obiettivo più alto di salvare l’umanità. Eppure, resosi conto che il pianeta a lui capitato non sarebbe mai stato scelto, spaventato dalla morte, falsifica i dati e fa in modo di essere salvato. Davanti ad un universo inospitale e incomprensibile Mann diventa consapevole dell’assurdità dell’esistenza e comincia la sua ‘protesta’ – quella che Camus stesso indica come unico modo di vivere una vita assurda – abbandona ogni valore e cerca di vivere per il puro gusto di essere vivo. Come il Don Giovanni descritto da Camus sceglie una vita che ‘sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso’, libera da ogni struttura di significato, sceglie di ‘bruciare l’esistenza’ in un atto consapevole di ribellione e autodistruzione. Quando viene dunque risucchiato dal nulla nel tentativo di prendere il controllo dell’astronave, Mann paradossalmente non fallisce, ma porta anzi alle estreme e necessarie conseguenze il suo desiderio di vivere libero da ogni irreggimentazione etica o metafisica.

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Il protagonista Cooper

Allo stesso modo, Cooper compie un cambiamento nel corso del film. Se anche lui, come Murphy, è inizialmente mosso dal desiderio di rivedere la famiglia oltre a quello di salvare l’umanità, alla fine del film cambia atteggiamento. Salvata l’umanità, rivista la figlia, portato il masso in cima alla montagna, ecco che rotola già a valle; e tutto quello a cui Cooper aveva creduto è successo, egli ha agito secondo i suoi valori, eppure non si sente realizzato. Ed è proprio in quel momento che si rende conto dell’assurdità dell’esistenza, e dunque anch’egli ricomincia da capo, si pone un nuovo obiettivo – trovare Amelia – non tanto perché creda nel suo ‘piano B’, quanto perché ha un’esistenza vuota da riempire, l’assurdo da affrontare. E allora salta a bordo di una nuova astronave e riparte, cerca anch’egli di ‘bruciare l’esistenza’.

Questi due personaggi sono gli unici due che hanno accettato consapevolmente il loro destino nella cornice assurda della realtà e, come dice Camus a conclusione del proprio saggio, bisogna immaginarli felici, perché come Sisifo vedono l’assurdità dell’esistenza non come pura disperazione, ma come il punto di partenza per la ricerca di un nuovo modo di vivere, per quanto insensato esso possa essere.

È per questo che “Interstellar” non è fantascienza: non ci sfida a immaginare un futuro diverso, non sonda in profondità le implicazioni della scienza; prende soltanto l’essere umano e proietta la sua fatica insensata nello spazio, trasforma il macigno di Sisifo in un meteorite. Eppure Nolan ce lo aveva detto quando parlando dell’avventura nello spazio cita il poeta Dylan Thomas:

Non andartene docile in quella buona notte / Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

L’invito di Thomas sembra quasi una citazione da Camus: al dolore della vita non c’è soluzione, solo il buio dell’assurdo e della morte. Se questa è l’unica possibilità, che lo sia: ma almeno infuriati contro l’assurdo, contro l’inevitabile morire della luce.

Se allora non si vuole riconoscere a Nolan di aver diretto un capolavoro della fantascienza, gli si conceda almeno di averne creato uno dell’esistenzialismo.

- Gabriele Uboldi


Crediti: Google