Il Figlio di Saul: L’incontro a Roma con il protagonista del film candidato all’Oscar

Géza Röhrig in conferenza stampa a Roma
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Il Figlio di Saul è candidato ai prossimi premi Oscar, abbiamo visto il film in anteprima e incontrato il protagonista Géza Röhrig. Scopri di più su melty!

( a cura di Thomas Cardinali) - Il cinema ha affrontato in molte occasioni il tema della Shoah, ma “Il Figlio di Saul” non è soltanto questo. È un’opera che permette di vivere una doppia storia allo spettatore: la prima naturalmente è quella del campo di sterminio di Auschwitz, descritta in modo crudo tanto da colpire come un pugno nello stomaco, mentre la seconda è quella di Saul per riscattare la propria umanità. In occasione dell’attività stampa per promuovere il film nel mondo in vista degli Oscar del prossimo 28 febbraio abbiamo visto il film in anteprima e incontrato il protagonista Géza Röhrig. Il film vuole essere una sorta di documentario romanzato in cui viene trattato un aspetto della Shoah troppo spesso lasciato in secondo piano. “Il Figlio di Saul”, vincitore del Golden Globes come miglior film straniero, è una fotografia sfuocata e terribile dei Sonderkommando, il gruppo di deportati ebraici scelti dalle SS per accompagnare nelle camere a gas gli altri prigionieri. La chiacchierata con lui ha spaziato dagli argomenti tecnici su come è stato girato il film, fino ad andare inevitabilmente sulle toccanti testimonianze della sua famiglia nel campo di sterminio di Auschwitz. “Siete fortunati a vivere qui, io sono nato a Gerusalemme e con Roma sono le due città dove si vede maggiormente la storia”.

Géza Röhrig in conferenza stampa a Roma
Géza Röhrig in conferenza stampa a Roma

Géza Röhrig ha parlato delle grandi difficoltà che comporta un ruolo tanto importante: “Queste erano persone terrorizzate, vedevano centinaia di migliaia di persone vive che portavano nelle camere a gas e dopo 15’ erano tutte morte. La sfida come attore è stata colmare il divario tra la mia esperienza di vita e quella dei deportati. Ho letto molti racconti dei Sonderkommando sopravvissuti” . Poi arriva il doveroso omaggio a Primo Levi, il grande scrittore italiano “anche lui mi ha aiutato molto” e alla storia personale della sua stessa famiglia: “Anche mio nonno mi ha istruito a 12 anni su quello che era successo. I genitori di mio nonno, sua sorella maggiore incinta e il fratello minore non sono mai tornati dai campi di sterminio. Ha 12 anni avevo trovato delle foto vecchie in una scatola e ho chiesto a nonno chi fossero quelle persone e immediatamente il suo sguardo è cambiato. Mi ha portato nel suo studio e con una voce diversa rispetto a quella che avevo mai sentito mi ha dato un racconto esaustivo. Ero molto preso e continuavo a fare domande e mi disse una frase “se non sei stato li non puoi sentirlo davvero”. So che mio nonno sentiva di aver fallito per non essere riuscito a salvare il fratello minore. Mio nonno era estremamente protettivo verso di me perché gli ricordavo suo fratello”. Un trauma terribile, che spesso i genitori decidono di non raccontare in modo sbagliato secondo Géza Röhrig: “A volte i genitori decidono di non trasmettere storie così traumatiche, ma è meglio affrontare la realtà al momento giusto piuttosto che proteggere eccessivamente i figli”.

Géza Röhrig oltre ad essere un attore è prima di tutto un poeta, anche se fare un film è tutta un’altra cosa: “Il primo libro che ho scritto su Auschwitz è stato pubblicato anche in Germania con una buona critica, ma credo fosse un boccone troppo grosso per me in quel momento, non è al livello del film. Molti vengono da me fuori dalla sala arrabbiata e dicono “Saul è uno sciocco, avrebbe dovuto partecipare alla rivolta”, che differenza può significare seppellire un unico bambino. Penso che questa frustrazioni negli spettatori nascono dal fatto di non capire le ragioni più profonde. C’è qualcosa che va al di sopra di una mera sopravvivenza fisica in una persona. Sono credente e credo che il desiderio di sopravvivenza sia legittimo, ma ha in sé una componente egoistica e animalistica. La domanda è se c’è qualcosa più importante della sopravvivenza. Non volevamo fare di Saul un eroe, lui è un uomo ordinario che prende una decisione straordinaria. La sua decisione non è il risultato di una riflessione profonda, ma nasce da un desiderio”. Una scelta coraggiosa quella di Saul, una scelta straordinaria per un film altrettanto straordinario. Lo stesso Sommerkmmando prima che la verità venisse a galla era odiato e disprezzato: “Li disprezzavano perché sapevano che accompagnavano loro i morti verso le camere a gas. Anche primo Levi cambia la reazione verso questi membri dal primo all’ultimo libro. Anche i sovietici uccisero i membri del Sommerkommando, non sapevano che l’alternativa a fare queste azioni era la morte”.

Un messaggio quello della straordinarietà della decisione di Saul rimarcato anche dal suo cognome nel film: “Più che sul primo nome metterei l’enfasi su Auslander. In tedesco è lo straniero, proprio perché il suo comportamento nel film non appartiene nel nostro pianeta”. Il film è stato girato interamente in 4:3 con un gioco di regia straordinario, l’immagine che diveniva sfuocata e il suono padrone assoluto della scena. Un film che si sente, ancor prima di essere visto: “Tutto quello che si perde in termini d’immagini viene compensato da una presenza molto ricca di suoni. Il fatto di avere sempre la macchina da presa su di me era diventata un’abitudine, ci sono riprese molto lunghe. Ci sono meno di 80 riprese lunghe e questo a aiutato moltissimo. Usare pochi tagli ha aiutato a stare dentro il film. Due fattori di cui vado molto orgoglioso è il budget di 1 milione di euro e che le riprese sono durate 28 giorni”. L’ultima battuta è quella sugli Oscar, che per l’attore sono solo questione di fortuna: “Non mi preoccupo non perché voglia fare sfoggio di falsa modestia, credo conti molto la fortuna. A volte in passato i grandi premi sono stati dati a prodotti di qualità non eccellente, così come per i Nobel. Sono una lotteria, se vinci sei felice sennò pazienza”.

Crediti: web , Thomas Cardinali