Governo Renzi: il video del discorso per la fiducia al Senato

Renzi in Senato per la fiducia
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Matteo Renzi pronuncia il suo discorso al Senato in vista del voto sulla fiducia. Il premier incaricato annuncia le priorità del suo governo non rinunciando a qualche battuta: “Spero di essere l’ultimo a chiedervela”. Il video.

E’ un Matteo Renzi disinvolto e deciso quello che si presenta a Palazzo Madama (Roma) per chiedere la fiducia al Senato della Repubblica per il suo governo. Il premier incaricato si presenta all’appuntamento parlamentare con il “fido” vice Angelino Alfano alla sua sinistra (in continuità con il precedente governo), indirizzandosi ai senatori con toni a metà tra deferenza (“Entro qui in punta di piedi, non ho l’età per sedere in questo luogo”) e “blasfemia” istituzionale, quando fa riferimento alla riforma delle Istituzioni: “Spero di essere l’ultimo a chiedervi la fiducia (…) “Dicevano che al Senato non ci si diverte, invece vi vedo sereni. Vi garantisco che vi divertirete sempre di più”. Renzi si mostra spigliato (mani in tasca spesso e volentieri) e risponde con ironia alle frequenti proteste provenienti dalle opposizioni (Movimento 5 Stelle in testa). Malgrado il gelo dei giorni scorsi e le polemiche sulle lotte personalistiche nel Partito Democratico, Renzi rende omaggio ai “Risultati raggiunti dal precedente esecutivo. Un pensiero al presidente del consiglio uscente Enrico Letta”, frasi accompagnate dagli applausi più fragorosi del pomeriggio in aula.

Governo Renzi: il video del discorso per la fiducia al Senato

La prima parte del discorso è di ampio respiro: “E’ un paese arrugginito, servono grandi sogni”, afferma un leader Pd "alla Obama". Lo sguardo è rivolto alla nemicamica Bruxelles, ma le parole dell’ex rottamatore non lasciano spazio ad ambiguità o slanci antieuropei: “Non saremo credibili se non arriveremo al Semestre Europeo senza aver sistemato quello che abbiamo da sistemare in casa nostra. Nella tradizione europeista c’è la certezza del futuro dell’Italia (…) Mettere a posto le cose a casa nostra non è un problema della Merkel. E’ il futuro dei nostri figli che ci impone di risolvere la questione del debito pubblico. Basta con l’idea dell’Europa come matrigna. Non possiamo immaginare che qualcun altro risolva i nostri problemi”. Matteo Renzi condanna l’astio di alcune forze della minoranza contro l'UE, e le stilettate del capo del governo riguardano soprattutto i seguaci di Beppe Grillo (e l'annessa polemica sulla sua entrata a Palazzo Chigi): “L’idea che qui ci sia la casta e fuori i cittadini si è un po’ ribaltata (…) Non è facile stare in un partito il cui capo dice: io non sono democratico (…) Non abbiamo paura del voto. Noi per le elezioni ci siamo, e vinceremo. Se perdo nessun alibi”, esclama l’ex sindaco di Firenze in risposta ai mugugni. Renzi riprende quindi il discorso enunciando le priorità del suo esecutivo, con un accento particolare sulla scuola: “Occorre recuperare la credibilità della scuola e degli insegnanti. Investire in capitale umano, educazione e istruzione pubblica, sbloccando i fondi per l’edilizia scolastica (…) Dopo la fiducia, a partire da mercoledì mattina mi recherò tutte le settimane in una scuola. Il governo deve dare il segnale di non essere rinchiuso nei palazzi di Roma”.

Governo Renzi: il video del discorso per la fiducia al Senato
Governo Renzi: il video del discorso per la fiducia al Senato

L’economia e l’occupazione restano però questioni capitali del futuro governo. Renzi parte da un dato peculiare per poi risalire al problema complessivo: “Il nostro è un paese diviso in due sul numero di bambini che frequentano gli asili nido. Abbiamo le percentuali di disoccupazione femminile più alta d’Europa (…) Dal 2008 il Pil ha perso 9 punti. La disoccupazione dal 6,7 al 12%, quella giovanile dal 23 al 42. Numeri di un tracollo (…) La crisi ha il volto di donne e uomini, ma i numeri sono impietosi e impongono un cambio delle politiche”. Il primo ministro in pectore ne approfitta per chiamare in causa la professionalità del neo-ministro dell’economia: “Illustro alcuni dei provvedimenti concreti concordati con il ministro Padoan: lo sblocco totale dei debiti della Pubblica Amministrazione tramite diverso utilizzo della Cassa Depositi e Prestiti; fondi di garanzia per piccole e medie imprese che non riescono ad accedere al credito; riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale attraverso misure irreversibili sulla riduzione della spesa”. Poi il riferimento al famigerato “Job Act”: “Entro marzo partiremo la discussione del Piano per il Lavoro, modificando e innovando gli strumenti a sostegno di chi perde il posto”. Priorità al lavoro, ma per creare occupazione servono capitali privati e soprattutto stranieri, senza sbattere la porta all’eventualità di privatizzazioni: “Sembra che l’interesse nazionale impedisca gli investimenti. Un paese ricco, aperto e curioso agevola gli investimenti dall’estero (…) l’interesse nazionale è il posto di lavoro che si crea. Penultimo posto per capacità di attrazione di capitali esteri. Siamo percepiti come un paese meraviglioso dove andare in vacanza”.

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Nel mirino di Matteo c’è, naturalmente, il carrozzone pubblico di amministrazioni e burocrazie che frenano lo sviluppo “Servono tempi biblici per aprire start-up o anche un semplice capannone. La macchina pubblica mette paletti a chi vuole investire e rischiare. Ci vuole un rapporto diverso con la P.A”. Un tema importante è anche quello dei colletti bianchi: “I governi passano, i dirigenti restano. Una politica forte è quella che affida dei tempi certi anche al ruolo dei dirigenti. Basta con dirigenti a tempo indeterminato che fanno il tempo e cattivo tempo. Non c’è responsabilità effettiva per il mancato raggiungimento degli obiettivi”. Sul fisco, messaggi di pace al contribuente: “Ogni centesimo speso dalla P.A deve essere visibile on-line (...) Il Fisco esca dai pregiudizi di chi vive la cartella esattoriale come un’angoscia”.

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Quindi il capitolo giustizia, oggetto di un ventennale scontro politico tra centrodestra e centrosinistra, sul quale Renzi (partendo dalla giurisdizione amministrativa) chiosa così: “I Tribunali Amministrativi regionali possono rigettare di tutto (…) Non c’è certezza del diritto. E’ un sistema che mette inquietudine agli stessi operatori del diritto”. Tocca dunque alla giustizia civile: “Esiste una tale lunghezza dei processi per cui se ne vanno possibilità di investimenti. Abbiamo la necessità di fare della giustizia un asset per lo sviluppo, non derby politico”. Infine, le tanto agognate (e auspicate) riforme istituzionali. Partendo dal Parlamento, “Il procedimento legislativo è farraginoso e il numero dei parlamentari è eccessivo. Occorre superare l’attuale struttura del Senato, come nel modello tedesco: assunzione di responsabilità dai territori e le autonomie”, passando per il rapporto tra Stato e Autonomia (“Superare il Titolo V come lo abbiamo conosciuto oggi, che ha portato a un eccesso di tensione tra Stato e Regioni. Non possiamo tornare a un centralismo burocratico: dobbiamo chiedere alle regioni che è cambiato il clima, troppo spesso c’è stata sovrapposizione di competenze (…) Il tema dell’abolizione delle Province è apertissimo, ma c’è un’opposizione dura contro il ddl Del Rio per evitare che si voti per le province il prossimo 25 maggio”) per poi chiudere con il “galeotto” Italicum: ”L’accordo sulla legge elettorale serve a evitare che la politica perda ancora la faccia”.

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