Federico Buffa: "Io, la NBA e le Olimpiadi del 1936" (INTERVISTA ESCLUSIVA)

Federico Buffa a teatro con 'Le Olimpiadi del 1936'
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In occasione della data piacentina del suo spettacolo teatrale 'Le Olimpiadi del 1936', melty ha intervistato in esclusiva l'Avvocato Federico Buffa, tra NBA, calcio e tanto altro.

L'Avvocato si presenta, puntualissimo, alle 17 di una domenica di inizio marzo. La stretta di mano è calda e avvolgente, un tè caldo e gli schiamazzi dei bambini in sottofondo - ci troviamo pur sempre in un Centro Parrocchiale - fanno da accompagnamento alla chiacchierata che aspettavo e preparavo da ormai tanto tempo. Per molti è ancora la Voce, insieme a Flavio Tranquillo, della NBA; per altri è il cantore dei Mondiali e dei campioni del football; per altri ancora (ahimé) è "quello delle parodie degli Autogol"; per me, come per il blog 'L'Ultimo Uomo', è semplicemente uno dei "maestri" da seguire nel giornalismo. L'occasione è la data speciale nel mio paese in provincia di Piacenza, Roveleto di Cadeo, dello spettacolo teatrale di successo 'Le Olimpiadi del 1936'. L'Avvocato è, ovviamente, Federico Buffa, che ho avuto l'onore e il piacere di intervistare in esclusiva per melty.

- melty: Ciao Federico. Ti aspettavi un successo di questa portata del tour teatrale? E hai già qualcos'altro in programma nello stesso ambito?

- Federico Buffa: Sinceramente non mi aspettavo che il tour avesse questo tipo di riscontro. Non si può mai essere capaci di intuire che cosa ti succederà a questo livello, essendo più che un esordio, e non avendo grande sicurezza nei miei mezzi teatrali; sono stato molto supportato dal Teatro Menotti, dai registi e da chi viene sul palco con me, professionisti autentici - la cantante, il pianista e il fisarmonicista - che ti 'avvolgono' e ti permettono, quando hai delle défaillance, di venire sostenuto. Poi c'è un'adrenalina incontrollata, a partire da mezz'ora prima, che ti permette di superare anche i limiti che hai. Sto pensando a qualcos'altro, e tanto, ma ho imparato che in questi casi è meglio non dire niente. Lo spettacolo comunque sta andando ancora; rischia di fare centoventi date e già questo mi sembra un sogno.

- melty: Il teatro sarà il tuo prossimo 'ciclo dei quindici anni'?

- F.B.: Io lo spero! E che sia un periodo lungo. Non puoi diventare un attore a questo punto della tua vita, però puoi provare a stare su un palco. Quando sono arrivato per la prima volta al Teatro Menotti la mia coach mi ha detto: "Non hai preso una singola luce giusta!", qualcosa che in televisione è l'ultimo dei problemi, essendo sempre in camera. A teatro è esattamente l'opposto: sei avvolto dalle luci e i tecnici le accendono in relazione a dove sei, devi essere tu a seguirli. Si può imparare a lavorare con le luci e con la propria voce: due settimane fa, a Roma, sono stato sotto il controllo di uno dei principali doppiatori italiani, Alessandro Rossi, avendo doppiato un personaggio di 'Race', il film di Jesse Owens, di cui sono il testimonial italiano. Alessandro Rossi mi ha aiutato in questo senso: quando parliamo, noi tendiamo per natura ad abbassare l'ultima sillaba, mentre in un contesto teatrale è qualcosa che non ti puoi permettere, in modo che qualcuno seduto in ultima fila possa sentire distintamente la tua voce. Su questo si può lavorare, mentre sulla teatralità vera e propria no.

- melty: Qual è, a tuo parere, il ruolo della memoria?

- F.B.: Io sono convinto che la memoria sia un muscolo, come un bicipite o qualsiasi altra parte del nostro corpo che possa essere irrorata di sangue. Qui si tratta di qualcosa di psichico, ma che ha una sua muscolarità: tenerla allenata è una cosa che mi viene abbastanza naturale. La memoria è realmente una coltivazione e per via del mio mestiere, di tutti i miei mestieri, mi è capitato di doverci far affidamento. A volte mi sono fidato troppo ed è un errore: non importa quanto tu buona ce l'abbia, ma soprattutto sono stato di fianco a un uomo che ha una memoria molto superiore alla mia, ovvero Flavio Tranquillo, che mi ha insegnato che anche se hai una memoria enciclopedica devi sempre controllare quello che stai dicendo. Io non sono bravo come lui, che durante le telecronache era in grado di andare a cercare una cosa che già sapeva mentre parlava - e da casa nessuno se ne poteva accorgere - per poterla dire nel momento in cui gli serviva. Questo è saper utilizzare la memoria in modo perfetto; io non sono bravo così, però stare di fianco a lui mi ha fatto pensare a che uso se ne possa fare.

- melty: Qual è l'origine del tuo amore per la NBA?

- F.B.: All'età di diciott'anni sono andato negli Stati Uniti per la prima volta: era l'agosto del 1978, nella notte era morto Paolo VI, notizia che ebbi all'aeroporto di New York. All'epoca non era come adesso, all'epoca la NBA era lontanissima. Al primo contatto con il mondo americano, mi accorsi che quello che avevo immaginato era ancora poco rispetto alla realtà. Era un mondo semi-irraggiungibile, ebbi un imprinting fortissimo, pensai che avrei sognato di avere a che fare con il mondo della pallacanestro. Da lì a farlo diventare un lavoro, no; ma qualcosa che mi avrebbe cambiato la vita sì, subito. Anche perché arrivato all'Università andai subito a cercare un po' di basket da giocare e il primo umano che vidi giocare a basket era, semplicemente, Wilt Chamberlain. Lo riconobbi sulla base delle fotografie e lì ebbi l'emozione di pensare: cerchiamo di farlo diventare il più possibile il tuo mondo, assorbilo più che puoi, non perderti un secondo. E' difficile da spiegare, non proveresti le stesse emozioni, perché oggi quel giocatore l'avresti visto e rivisto. Allora no, erano veramente miti. Chamberlain aveva quarant'anni, aveva smesso, ma sarebbe ancora stato dominante in NBA. L'anno dopo lo rividi, Magic Johnson si sentiva il padrone di Los Angeles, chiamava i falli e le infrazioni; si permise di chiamarne uno a lui e, per i cinque tiri successivi, Chamberlain gli mandò la palla dove voleva lui. Chamberlain non era un giocatore, ma un'altra cosa. Tornando al mio viaggio, una volta tornato indietro, non eri più come quando eri partito. I miei compagni di squadra mi prendevano in giro chiamandomi 'l'Americano', tentando anche qualche colpo visto solo lì.

- melty: La tua opinione su un argomento di attualità legato al calcio, la moviola in campo.

- F.B.: Io non ho mai avuto particolare attrazione per la moviola in campo. L'unica cosa che mi fa sorridere è pensare a campionati decisi per un pallone dentro o fuori, quando mi ricordo che sette/otto anni fa un'amica mi portò ad una festa della sua famiglia a Los Angeles. Tra i suoi cugini, uno lavorava per il 'governo' - quindi qualcosa legato all'ambiente militare. Mi disse: se gli Stati Uniti vogliono, col satellite possono vedere che ora è sul quadrante del tuo orologio. Allora pensai: paradossale che nel campionato italiano di calcio non sono in grado di dirti se è entrato o meno un pallone! Questa è la cosa scandalosa: non essere in grado di dire se un pallone è dentro o fuori. Per il resto, non vedo la moviola in campo come un gran progresso: prima di tutto perché c'è il desiderio di avere la maggior parte dei dati disponibili, ma se introduci la moviola, quello che all'interno del calcio non gradiscono è che se metti il principio, non la potrai fermare più, anche se per il momento la moviola è limitata a tre concetti. Già vedere se un gol è in fuorigioco è una cosa che mi lascia perplesso. Il calcio non è pronto per questo, perché non puoi fermare l'azione: cosa fai dopo? Già la NBA ha avuto questo problema, dove l'arbitro in alcune situazioni di gioco rischiava di mettersi in una situazione intermedia.

- melty: La differenza nella percezione del trionfo mondiale del 1982 e del 2006.

- F.B.: Due Italie diverse, ma due situazioni analoghe. Ovvero due Italie osteggiate, a cui nessuno credeva, che hanno trovato, come viene bene agli italiani, l'unità nella difficoltà. Ha detto perfettamente Rino Gattuso: non eravamo i più forti nel 2006, ma siamo stati i più bravi. Non erano i più forti nel 1982? Non lo so, credo di no. Gli italiani riescono a trovare gruppo quando vengono derisi, offesi. Mario Sconcerti mi ha confidato che davvero lui e Marco Tardelli stavano per picchiarsi. Un clima impensabile, poi i giocatori trovano stimolo insieme. Bruno Conti mi ha confidato che ascoltavano gli insulti tra il CT Bearzot e la stampa, e in quel momento fecero gruppo attorno al capitano Dino Zoff. Gli italiani sono i migliori a fare gruppo in un momento di difficoltà.

- melty: Il tuo personaggio preferito di Graffiti a New York.

- F.B.: Bella domanda! Taki è stato il primo reale graffitaro. Dove siamo stati con la trasmissione, alta Manhattan, non è la Manhattan di Taki: nel 1979 c'erano i reduci dal Vietnam, una città in ginocchio, mentre adesso è una zona residenziale come altre. Non è però così difficile immaginare come sarebbe stato e la storia di questo ragazzo mi ha colpito tantissimo: una storia così semplice, ma allo stesso tempo incredibile. Di fatto, la street art è la più diffusa forma d'arte del mondo, a partire da questa strana logica di voler segnare il territorio con il proprio nome: una cosa quasi ancestrale, che si sviluppa in una forma d'arte incredibilmente diffusa nel mondo. E' veramente una storia affascinante, per quello mi ha fatto piacere raccontarla: quindi dico Taki.

- melty: E' vero che non riguardi mai le tue performance televisive?

- F.B.: Nel caso di Graffiti a New York mi sono riguardato perché sono stato dolcemente 'obbligato', pur se abbondantemente cominciato, ma è un caso rarissimo: non ho rivisto nessuna Storia di Campioni, mentre di Storie Mondiali ho rivisto Inghilterra 1966 e Uruguay 1930, la mia preferita.

- melty: Possiamo definire Gianni Clerici il tuo 'maestro' o definirti come il suo 'erede', pur tra mille virgolette?

- F.B.: Non scherziamo! E' come quando nello sport vinci una grande partita e vieni paragonato a quelli che hanno vinto decine di campionati. Questi paragoni non hanno senso: quella è gente di un altro pensiero, un altro tempo, un'altra cultura, trenta volte più avanzata, che ha vissuto più a lungo, che ha visto centomila volte le cose che ho visto io. Per questo non posso mai rientrare nella stessa frase.

- melty: Qual è il tuo rapporto con la Fede?

- F.B.: Sono attratto dalla storia delle religioni. Non mi perdo in nessun angolo del mondo uno sguardo alla sensibilità religiosa e spirituale degli uomini. Da questo punto di vista sono un sincretista, non ho problemi a mettere insieme religioni differenti, perché penso non ne esista solo una.

- melty: Raffica finale: conosci gli Autogol e le parodie a te dedicate? E' possibile un 'Buffa racconta Curry' e/o un 'Buffa racconta gli Europei di calcio'? Ti vedi o ti saresti visto come seconda voce nelle telecronache di calcio?

- F.B.: Ho visto con piacere 'Il grande Giappone di Holly e Benji'. Erano in camerino recentemente a Pavia e soprattutto il ragazzo che mi imita è un ragazzo... di talento. E' gioviale, chiaramente di una simpatia canaglia, ma allo stesso tempo molto rispettoso quando ci vediamo. Rispondo ''no'' alle altre due domande.

Nicola Negri

melty ringrazia Federico Buffa per la disponibilità e l'intervista esclusiva.

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Federico Buffa con il corrispondente di melty alla fine dell'intervista
Federico Buffa con il corrispondente di melty alla fine dell'intervista
Crediti: Eagle Pictures, Nicola Negri, melty.it, Radio Deejay, Teatro Menotti