Fabrizio Corona libero: Il mito del carcere "per tre foto"

Fabrizio Corona libero
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Fabrizio Corona è stato affidato alla Comunità Exodus di Don Mazzi. Con il tornare alla ribalta della sua storia, ecco di nuovo il tormentone sul fatto che l'abbiano incarcerato “per tre foto”. Le cose non stanno esattamente così.

Se avete un profilo social, se siete frequentatori abituali di internet oppure se andate spesso al bar per una tazzina di caffè, non può esservi sfuggita una corrente di pensiero piuttosto trasversale quanto sorprendente: la difesa di Fabrizio Corona fondata più o meno su questa argomentazione: “in un Paese in cui i politici rubano impuniti e gli assassini escono subito dal carcere, l'unico dentro è Fabrizio Corona e per di più per tre foto”. Considerando che la scarcerazione di Corona avvenuta ieri a causa delle sue precarie condizioni di salute e l'affidamento in prova ai servizi sociali presso la Comunità Exodus di Don Mazzi (già "rifugio" per gente come Sara Tommasi e Lele Mora) hanno riportato sulle prime pagine la poco edificante figura di “Colui che non perdona”, volevamo provare a fare chiarezza sulle reali cause delle condanne presenti sulla fedina penale di Fabrizio Corona.

Le famose "tre foto", anche nella copertina Facebook di Corona

Innanzitutto non è assolutamente nostra intenzione negare l'inefficienza della giustizia italiana, che per svariate ragioni (alcune leggi non troppo chiare o che hanno reso più difficoltoso il lavoro dei giudici, scarsità di risorse economiche e personale, eccesso di burocrazia, errori umani, etc...) spesso non contribuisce alla diffusione nel Paese di un'aura rassicurante, ma a nostro modo di vedere prima di approcciarci ai casi di cronaca sarebbe bene tener presente due dati fondamentali. Il primo è che un processo è fatto di migliaia di pagine di carte ed atti processuali: per nostra meraviglia tutto questo materiale è stato letto dal giudice e non dal barista sotto casa, quindi probabilmente spesso alcune cose che a noi sfuggono il giudice le conosce e decide di conseguenza. Il secondo aspetto è che, a fronte di circa 9 milioni di processi aperti in Italia, soltanto alcune decine, ogni anno, assurgono agli onori della cronaca come casi di “malagiustizia”. Ovviamente il cane che morde l'uomo non fa notizia, quindi i mezzi di informazione difficilmente faranno un servizio su un processo che si chiude senza alcun problema. Per queste ragioni, pur non negando svariati errori giudiziari, quando si parla di un argomento come questo sarebbe meglio farsi guidare dalle statistiche e non dalla "pancia".

Saranno andate proprio così le cose?

Torniamo, adesso, a Fabrizio Corona: quali sono i capi di imputazione che lo hanno fatto condannare? Sono davvero “tre fotografie” la causa di tutto questo presunto accanimento? Fortunatamente Corona è un personaggio pubblico e, per questa ragione, grandi informazioni su di lui possiamo trovarle su Wikipedia, senza dover leggere migliaia di pagine di atti processuali. Il paragrafo dedicato alla sua carriera processuale assomiglia più ad un capitolo, e comprende i seguenti reati per cui il fotografo è stato punito con condanna definitiva della Corte di Cassazione: aggressione a pubblico ufficiale, infrazioni al codice della strada, processo Vallettopoli, banconote false, bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, detenzione d'arma da fuoco ed evasione fiscale. Giusto qualcosa in più di “tre fotografie”.

Crediti: Next Quotidiano, web