Eurobasket 2015: 3 motivi di ottimismo e di pessimismo per l’Italia

Alessandro Gentile, tra i pochi Azzurri sopra la sufficienza
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Una sconfitta e una vittoria sudata per l’Italia nelle prime due giornate dell’Eurobasket 2015. Prima del trittico terribile Spagna-Germania-Serbia, vediamo le ragioni per sperare e quelle per deprimerci.

Con la netta vittoria della Spagna sulla Turchia, sono andate in archivio le prime due giornate di Eurobasket a Berlino (e – ovviamente – anche negli altri gironi). Per l’Italia e per le altre Nazionali dei gironi B e C, la terza giornata coinciderà con il riposo, utile a recuperare le energie e – nel caso dell’Italia – anche a riordinare le idee in vista di tre partite da vincere a tutti i costi. Un minimo margine d’errore, in realtà, potrebbe esserci, a patto però che gli Azzurri battano i padroni di casa della Germania e che gli altri risultati si incastrino come da pronostico. In virtù di quello che si è visto contro Turchia e Islanda le sensazioni sono miste e, sebbene il pessimismo la faccia inevitabilmente da padrone, non manca qualche motivo di ottimismo per il prosieguo dell’Europeo azzurro. AGGIORNAMENTO - E' sopraggiunto un nuovo motivo di pessimismo: per Gigi Datome prima fase finita, se ne riparlerà eventualmente a Lilla.

3 motivi di ottimismo

1) Danilo Gallinari – È stato uno dei pochi motivi di consolazione del post-Turchia. Dopo la partita che ha fatto, nessuno ha pensato minimamente di fargli pesare il tiro libero decisivo mandato sul ferro, e anzi è risultata rafforzata l’idea secondo la quale è l’unico Azzurro, forse insieme ad Alessandro Gentile, in grado di coniugare le doti tecniche, fisiche e di personalità necessarie a reggere il colpo contro avversarie di livello. Contro l’Islanda non è andata altrettanto bene, ma sono stati la stanchezza e soprattutto i discutibili falli a limitarlo. Con il miglior Gallinari, ovviamente aiutato dai compagni che devono – tutti – riconoscerlo come leader tecnico e morale del gruppo, l’Italia può pensare di affrontare alla pari le tre avversarie rimanenti del girone, puntando con fiducia a quelle due/tre vittorie che le serviranno per passare il turno.

2) La cabala – Se già prima di iniziare a giocare le analogie con gli ori dell’83 e del ’99 non mancavano (16 anni di distanza, fase finale in Francia), dopo due partite soprattutto quelle con il ’99 si sprecano. Anche la squadra di Boscia Tanjevic, infatti, iniziò perdendo contro la Croazia, proseguì faticando contro la Bosnia e poi si sbloccò contro la Turchia andando a vincere l’oro in finale contro la Spagna, dopo aver battuto la corazzata Jugoslavia in semifinale. Certo quella Bosnia non è paragonabile alla modesta Islanda, e questa Italia non sembra avere neanche un decimo dell’astuzia e della cattiveria agonistica del gruppo guidato da Carlton Myers ma, viste le prime due partite, per trovare motivi di ottimismo bisogna un po’ scavare. Il che ci porta al prossimo …

3) L’approccio degli avversari – Se fossimo in Rudy Fernández, in Dennis Schröder o in Bogdan Bogdanovic, dopo aver visto le magre figure dell’Italia contro Turchia e Islanda non avremmo poi così paura degli Azzurri e – magari inconsciamente – scenderemmo in campo più rilassati del dovuto. L’unica vittoria veramente indispensabile, per Gallinari e soci, sarà probabilmente quella contro la Germania, ma riuscire a sorprendere la Spagna martedì potrebbe metterci nella condizione di affrontare i tedeschi a mente più sgombra e magari anche di intrufolarci nella lotta per il secondo/terzo posto, utile ad evitare la Francia agli ottavi e a tenere vivo dunque il sogno Rio de Janeiro. Ma oltre alla partita perfetta da parte dei nostri servirà – appunto – che le Furie Rosse ci prendano un po’ sotto gamba, e vengano presi alla sprovvista da una squadra pimpante ed efficace come mai si era vista in quest’estate. Eventualità – quest’ultima – non così probabile, in particolare alla luce di quanto esposto nelle prossime righe.

3 motivi di pessimismo

1) L’attitudine di B&B – Non ce ne vogliano i primi due Azzurri ad essersi costruiti una seria carriera NBA, ma non crediamo di lanciare accuse infondate (né di scoprire l’acqua calda) se diciamo che il loro problema, in Nazionale, è ed è sempre stato mentale. A tratti entrambi incidono sulle partite, ma entrambi, in modo diverso, finiscono spesso per essere, a conti fatti, deleteri. Il problema di Andrea Bargnani è ormai cronico, gli è stato fatto presente in tutte le salse anche oltreoceano ma il Mago non sembra sentirci da quell’orecchio: sostanzialmente, a 30 anni suonati, non sembra conoscere i più elementari concetti di difesa e tagliafuori, non lo si vede mai fare un tuffo per recuperare un pallone o intimorire un avversario con una sonora mazzata, né prendere posizione di potenza contro un lungo avversario. Bargs, insomma, gioca di fioretto dall’inizio alla fine, scansandosi da ogni contatto e rendendo la nostra difesa un gruviera in cui gli avversari devono solo scegliere il “buco” da sfruttare. Marco Belinelli, d’altro canto, l’impegno ce lo mette, a tratti “persino” in difesa, ma in Azzurro si sente investito del ruolo di salvatore della patria e, contrariamente a quanto fa in NBA (dove attende gli scarichi e tira solo se smarcato), finalizza quasi tutte le azioni individualmente escludendo il resto della squadra. Cosa che, se in Slovenia due anni fa era giustificata dalla qualità dei compagni (i vari Magro, Rosselli ecc.), questa volta è totalmente illogico.

2) La difesa – Detto delle lacune di Bargs&Beli, non è certo tutta colpa loro se l’Italia è un colabrodo. Contro la Turchia, e a tratti persino contro l’Islanda, è tutta la squadra ad essere apparsa disattenta per non dire svogliata nella propria metà campo, e come ha fatto notare capitan Datome in conferenza stampa “è inutile parlare di grandi obiettivi se si prendono 51 punti in un tempo”. Ciò che preoccupa è che anche giocatori solitamente molto efficaci in marcatura, come Cinciarini e Cusin, si fanno spesso trovare impreparati e finiscono per accorciare una coperta difensiva già corta, oltre a riempirsi di falli e costringere Pianigiani a una costante rilettura della partita. Alcuni sprazzi di intensità incoraggiante si sono visti, soprattutto grazie a Hackett, Gentile e Melli, ma l’impressione generale è che non si possa mai contare su due buone azioni di difesa consecutive, nemmeno quando lo staff fa scattare la zona. A questo punto non risultano più tanto assurde le boutade di qualche tifoso milanese che auspicava la convocazione del naturalizzato Bruno Cerella, o di quelli sassaresi che chiedevano a gran voce un posto nel roster per il “Ministro della difesa” Jack Devecchi.

Il CT Simone Pianigiani dopo la risicata vittoria sull'Islanda (fonte: DailyBasket.it)

3) Lo scarso coraggio di Pianigiani – Per poter determinare se Simone Pianigiani è un grande allenatore, un buon allenatore o un allenatore modesto, probabilmente, ci vorranno anni e qualche esperienza in più in squadre di club, ma quel che è ormai appurato è che il CT azzurro difetta del coraggio necessario per prendere decisioni “forti” e parlare in modo schietto quando necessario. Sarà per paura di scontentare qualcuno, sarà per raccomandazioni ricevute da chissà chi o semplicemente per timore di osare tatticamente quando finalmente ha a disposizione un roster completo in tutti e cinque i ruoli classici; fatto sta che, anche quando sembra trovare soluzioni adatte alla situazione, Pianigiani tende a ricadere nella propria comfort zone di gerarchie affidandosi a giocatori (vedi sopra) che magari, nonostante il nome sul retro della canotta, sarebbero più utili seduti in panchina. Per completare l’opera, che si perda prendendo 90 punti, subendo una rimonta di 20 o si fatichi contro l’Islanda, per Pianigiani i suoi ragazzi hanno sempre e comunque fatto bene, contro un avversario complicato, in condizioni complicate e magari con un arbitraggio avverso. Non siamo sicuri che l’ossessiva ricerca di alibi aiuti la squadra, né Pianigiani stesso.

Crediti: DailyBasket.it, Getty