Dove tutto è concesso: Westworld tra Fichte ed esistenzialismo

Locandina della serie Westworld
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La serie televisiva Westworld racconta di uomini con poteri ormai divini. Ma questa possibilità è realmente la chiave delle felicità?

Westworld è un gigantesco e futuristico parco a tema ambientato nel Far West, interamente abitato da robot, i Residenti. Indistinguibili dagli esseri umani, la loro programmazione è quella di divertire gli ospiti attraverso lo sviluppo di molteplici avventure. Dal canto loro gli ospiti, i Forestieri, possono fare TUTTO ciò che desiderano, compreso sbizzarrirsi sessualmente o trucidare villaggi. In questa serie televisiva, ideata da Jonathan Nolan (sì, il fratello del regista Christopher) e Lisa Joy, l'uomo ha raggiunto un obiettivo mai visto prima: all'interno del parco non esiste più alcun ostacolo tra i desideri individuali e le reali possibilità di realizzarli. Viene superato lo scarto tra il mio io ideale e l'io reale, il pensiero diviene subito realtà: giocare a fare Dio non è mai stato così semplice. La felicità sembra dunque dietro l'angolo in questo mondo meraviglioso; ma è realmente così?

Secondo il filosofo tedesco Fichte ognuno di noi è composto da un io reale (io divisibile) e da un io ideale (l'Io propriamente tale). Immersi nel fango della terra, cerchiamo in tutti modi di realizzare nella vita quotidiana l'idea che abbiamo di noi stessi, l'idea che abbiamo, ad esempio, della felicità, ma ciò è reso quasi impossibile dalla presenza drammatica di tutto ciò che io non è: il Non-io (ovviamente). Esso consiste nei fatti naturali, nelle altre persone e nelle loro decisioni, insomma in tutto ciò che non possiamo controllare e che anzi ci risospinge nella nostra interiorità, impedendoci di procedere nel nostro progetto. È immediato pensare quindi che senza il Non-io potremmo essere finalmente felici. C'è un dettaglio però nella filosofia di Fichte che contraddice tale assunto: è solamente nel momento in cui io incontro il Non-io, il momento in cui io mi scotto, il momento in cui, in sintesi, soffro, che mi rendo conto, prendo coscienza, di me stesso. Secondo il filosofo infatti noi altro non siamo che azione, un procedere, un agire, un agire che tende alla pienezza dell'io ideale: se non esistesse alcun ostacolo al nostro agire, noi potremmo continuare a proseguire imperterriti, inseguendo i nostri appetiti, ma mai potremmo godere realmente di ciò che raggiungiamo, poiché, se esistessimo solo noi, in realtà non ci saremmo, non ci sarebbe un confine che possa definirci. Non avremmo la possibilità di guardare a noi e dire io, perché non ci sarebbe nulla da cui distinguerci: posso definirmi solamente se vedo il confine dove io cesso di essere e dove inizia qualcos'altro. Secondo Fichte, la coscienza di noi stessi comincia quando il Non-io ci risospinge al punto di partenza, quando "rimbalziamo" su di esso: il Non-io ci costringe a riflettere, ci fa tornare in noi stessi e prendere coscienza reale di ciò che siamo. È solamente per merito di questa riflessione forzata che da puro agire, un fare, un atto, diventiamo atto-fatto, ovvero un'azione che guarda a se stessa solidificandosi in qualcosa di tangibile, consistente: la nostra autocoscienza. La frase di un personaggio di Westworld sembra infatti confermare quest'idea: "quando soffri, è il momento che sei reale". Qual è dunque il pericolo di una soddisfazione senza fine ai nostri desideri? Il pericolo è quello di perderci, di non trovare più gli appigli della nostra personalità, di vagare senza meta in una landa depravata dei propri valori. Costruirsi un vuoto e tuffarcisi dentro.

Questa serie televisiva è stata annunciata come "un' odissea oscura sull' alba della coscienza artificiale e il futuro del peccato". Il filosofo francese Sartre ha un'idea piuttosto chiara di ciò che rappresenta il peccato, anzi, qualsiasi azione umana. Secondo Sartre la coscienza umana è spaccata in due: noi siamo coscienti DI noi stessi ed è proprio quel "di" il problema. Una pietra, infatti, è semplicemente una pietra, è completamente in sé, oppure Dio, anch'egli è pienamente in sé: non ha bisogno di avere coscienza di se stesso, semplicemente è se stesso e sa di essere se stesso. Questa pienezza d'essere è, agli occhi di Sartre, al di fuori della nostra portata: è per ciò dunque che l'uomo tenta disperatamente di riempirsi allungando la mano per prendere ciò che desidera, scoprendosi sempre in un fallimento, impossibilitato ad accontentarsi, sempre alla ricerca di sé. Secondo Sarte l'uomo altro non desidera che essere Dio, essere pieno come lui, senza mai riuscirci: "l'uomo è una passione inutile".

Westworld è la direzione, l'obiettivo ultimo, della nostra civiltà: l'eliminazione della sofferenza e la permissione di ogni nostro recondito desiderio, la liberazione dai tabù secolari e da impedimenti di ogni sorta. Lecito è però dubitare che ciò porti veramente alla felicità, che la soddisfazione di ogni nostro singolo impulso ci renda veramente liberi: le ipertrofie dell'ego possono diventare talmente potenti e abitudinarie da rinchiuderci in una gabbia dorata.

-Pol

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