Doro Gjat: Non il solito "rapper coi tattoo", quando l’hip-hop fugge i cliché

Doro Gjat: Non il solito "rapper coi tattoo", quando l'hip hop fugge il cliché
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Doro Gjat, già frontman dei Carnicats, ha pubblicato “Vai Fradi”, album da solista legato alla provincia e capace di arrivare a tutti in modo mai banale. È l’hip hop che fugge i cliché.

Avevamo già ospitato Doro Gjat su L’indiece di melty per raccontarci la realtà dei Carnicats, terzetto hip-hop capace di fuggire i cliché che ruotano intorno al genere e di creare uno stile personale, legato tanto alle fondamenta del rap quanto ad influenze completamente inaspettate. In occasione dell’uscita dell’album solista di Doro Gjat, “Vai Fradi”, abbiamo richiamato in causa il frontman dei Carnicats per farci raccontare i retroscena di un disco che sembra seguire quella stessa scia musicale inaugurata da Coez. Un album suonato, non schiavo delle sole basi musicali; un rap raffinato ma capace di arrivare a tutti, evitando di percorrere sentieri troppo spesso battuti. “Che ti aspettavi i rapper coi tattoo? E invece c’hai i montanari”.

In ‘Vai Fradi’, title-track dell’album, dici “Che ti aspettavi i rapper coi tattoo? E invece c’hai i montanari”. Sembra un po’ la frase-chiave del disco. In che consiste la formula musicale di Doro Gjat e in cosa si distingue dalle altre? In effetti quella rima fa drizzare le orecchie a molti. In realtà è una provocazione che si basa su una generalizzazione, quindi come tale va presa con le pinze. Di questi tempi sembra che per essere un rapper tu debba avere determinate caratteristiche: venire dai palazzoni, essere ricoperto di tatuaggi e fare il funambolo con le panette di coca. Naturalmente è una mera generalizzazione che è vera solo fino a un certo punto. Tuttavia io ci tengo a ribadire la mia provenienza provinciale e quella rima è solo una provocazione con questo fine: sono un rapper che arriva dalla provincia esterna dell'Impero, che non è ricoperto di tatuaggi e che non fa lo spacciatore e nemmeno parla di strada nei suoi pezzi. D'altra parte sarebbe un controsenso! Le uniche strade qui da me sono a tornanti, agli ascoltatori verrebbe il mal d'auto! (ride) Poi, come giustamente mi fai notare, non è solo una cosa legata all'estetica ma si riflette anche sul mio profilo artistico. Il suono di "Vai fradi" è il frutto di un lavoro molto lungo e laborioso che parte dai produttori (Davare su tutti) e passa per tutta la Carnicats Live Band (Marco Badini e Giacomo Santini alla chitarra, Michele Orselli al basso ed Elvis Fior alla batteria) che ha suonato su tutti i pezzi del disco. E poi, come se non bastasse, ho chiamato anche altri musicisti esterni alla formazione e con background artistici ben lontani dall'hip hop per dare un ulteriore tocco 'esotico' ai pezzi: e allora abbiamo Gianni Rojatti all'assolo di chitarrona anni ‘80 che chiude il disco, Zeno dei R.Esistence in Dub che suona i fiati e Lilac che ha arrangiato e suonato una parte di archi di una bellezza unica. Non è decisamente l'iter canonico per la produzione di un disco rap ma non posso che dirmi soddisfatto del lavoro.

Doro Gjat: Non il solito "rapper coi tattoo", quando l'hip hop fugge il cliché
Doro Gjat: Non il solito "rapper coi tattoo", quando l'hip hop fugge il cliché

I tuoi brani, spesso accompagnati dalla Carnicats Live Band, lasciano pensare a quella stessa ‘svolta pop’ affrontata da Coez nell’ultimo disco: una sorta di rap che si evolve e si contamina con la musica pop e il cantautorato. Che pensi al riguardo? Sono lusingato dal paragone! Cantautorato è una parolona e mi fa piacere che sempre più spesso venga associata (giustamente, secondo me) al lavoro di certi rapper. Tuttavia bisognerebbe soffermarsi un attimo sul termine 'pop' che, troppo spesso, nel nostro paese viene usato impropriamente. Mi spiego: io amo parecchio la musica popolare inglese e il coraggio che hanno i produttori britannici di mescolare tutto (e quando dico tutto, intendo TUTTO: dalla dance al jazz) per creare dei prodotti che sono vendibilissimi alle masse ma mantengono comunque una loro percentuale di sperimentazione, di 'coraggio', se capisci cosa intendo. E in questo senso sì, se mi dite che sono pop, vi dico che mi fa piacere. Purtroppo però in Italia il termine pop è associato alla musica brutta, al dj da discoteca che si reinventa rapper e fa il singolo dell'estate sulla cassa dritta. C'è una bella differenza, capisci? Io ho mescolato diverse influenze, pescato da diversi generi musicali per ottenere un prodotto che fosse sì 'facile' da un lato ma che tuttavia dall'altro avesse alle spalle un certo tipo di ricerca sonora. Che se vogliamo si avvicina pure alla musica popolare ma è più un caso che una mossa studiata a tavolino.

In ‘Vai Fradi’ parli di emigrazione e, più in generale, di chi lascia la propria terra con sofferenza. Che rapporto hai con la tua terra e da dove è nato il bisogno di parlare di questo tema? Più che un bisogno è stato un processo naturale. I friulani sono storicamente un popolo di emigranti ed è da quand'ero bambino che sento raccontare da mia nonna storie di emigrazione, di lavori stagionali all'estero, di parenti emigrati oltreoceano tra le due guerre e le cui tracce sono andate perdendosi. È una cosa naturale, che fa parte del nostro corredo genetico. La mia generazione sta attraversando un altro periodo in cui i flussi emigratori sono altissimi. Negli ultimi anni parecchi amici hanno preso la strada dell'estero. E ti parlo di amici, con la A maiuscola, non di conoscenti o di vicini di casa. Intendo proprio dei fratelli, persone con le quali sei cresciuto spalla a spalla, che improvvisamente, da un giorno all'altro, se ne vanno a vivere lontano da dove sono nati. E certo, nell'epoca dei social network non è di certo un addio come poteva esserlo all'inizio del secolo scorso. Tuttavia non mi ha lasciato indifferente, mi ha toccato nel profondo e si è riversato automaticamente nella scrittura, senza che mi sforzassi particolarmente. Era quello di cui sentivo il bisogno di parlare e, vuole il caso, la cosa è andata a braccetto con le sonorità che ho creato assieme ai musicisti che hanno lavorato al disco. Alcuni dei quali, ci tengo a dirlo, vivono all'estero a tutti gli effetti e sono tornati a casa per qualche giorno apposta per chiudere le loro parti sui diversi brani.

Doro Gjat: Non il solito "rapper coi tattoo", quando l'hip hop fugge il cliché
Doro Gjat: Non il solito "rapper coi tattoo", quando l'hip hop fugge il cliché

Hai curato personalmente i testi di quasi tutte le canzoni del disco: la maggior parte dei featuring sono con producer o beatmaker non con mcs. Come mai questa scelta? Per due ragioni. Innanzitutto volevo che fosse un disco MIO, a tutti gli effetti, dove poter riversare me stesso senza il pensiero di affrontare argomenti condivisibili da altri. Buona parte dei pezzi del disco sono molto introspettivi, anche quelli narrati in terza persona parlano in qualche modo di me. Condividerli con altri sarebbe stata una forzatura. In secondo luogo non avevo voglia di correre dietro ad altri artisti per avere la loro collaborazione. Ho visto dei miei colleghi ritardare di mesi e mesi la chiusura dei pezzi per aspettare la strofa di Tizio e quella di Caio. Grazie ma no, grazie. Sono stato già due anni a finire il disco gestendolo da solo, se avessi dovuto aspettare anche per i contributi esterni sarebbe uscito nel 2023! Avrei potuto chiamarlo "Detox"! (ride)

Chi sono oggi, secondo te, gli artisti italiani che riescono meglio a raccontare la realtà della provincia? Immagino che in ambito locale ce ne siano parecchi, solo che difficilmente escono allo scoperto e riescono a far girare il loro nome su base nazionale. Sicuramente i Sud Sound System sono tra quelli che hanno lavorato meglio in questa direzione, in particolar modo per l'utilizzo di espressioni dialettali nei testi. Poi a me piace molto Murubutu che descrive la provincia italiana sulla costa adriatica con una vividezza che esula dalla musica e si tuffa di testa in ambito puramente letterario. E infine De André, una delle influenze maggiori nella mia musica. E lo dico con timore reverenziale perché in nessun modo mi sento in grado di reggere il paragone. Lui ha fatto un gran lavoro da questo punto di vista, in particolar modo nella sua produzione più tarda, quando ha sondato la musica popolare ligure e ha cantato nella lingua della sua terra alcuni dei versi migliori che abbia mai scritto. "Crêuza de mä" la cito sempre come uno dei miei principali punti di riferimento: una poetica altissima e di una bellezza devastante su un arrangiamento volutamente in bilico tra pop e musica etnica, in particolare nella versione riarrangiata per il suo ultimo tour nel 1998. Quel pezzo mi dà i brividi solo a parlarne, credimi!

Ci dedichi una frase in dialetto friulano? Eccovi un proverbio che è una vera chicca: tu as muse di ieur ma no di cori! Che, tradotto, significa "hai la faccia da lepre ma non dai l'idea di uno che ha voglia di correre." Come dire che sei un furbetto che si spaccia per qualcosa che non è. E che, alla prova dei fatti, si tira indietro quando c'è da dimostrarlo.

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Crediti: doro gjat