Daniele Nardi sul Nanga Parbat: Lo sperone Mummery e “La ricerca della bellezza”

Daniele Nardi sfida il Nanga Parbat e lo Sperone Mummery
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Daniele Nardi racconta a melty.it la sua sfida allo sperone Mummery e al Nanga Parbat, il gigante pakistano di oltre 8.000 metri mai scalato dall'uomo in inverno. “L'alpinista è come un architetto, vuole disegnare nuove linee sulla montagna”.

Daniele Nardi, 38 anni, originario di Sezze (Latina) è, insieme a Simone Moro, uno dei due italiani che nell'inverno del 2014 sfidano il Nanga Parbat, alla ricerca di un'impresa mai realizzata nella storia. Abbiamo già raccontato la differenza di stile tra i due nella scheda "Nanga Parbat: Daniele Nardi e Simone Moro, la scalata entra nel vivo": lo stile alpino senza apporto di ossigeno e la decisione di affrontare la scalata in solitaria sono gli effetti speciali della sfida di Daniele. Due settimane prima di partire in Pakistan avevamo incontrato Daniele Nardi negli studi di Radio24, grazie al collega Dario Ricci che con lui ha scritto il libro autobiografico “In vetta al mondo”. Daniele Nardi, atleta del team Salewa, ambasciatore dei diritti umani, fondatore e istruttore dell'associazione “Mountain Freedom”, lavora con i ragazzi per avvicinarli alla montagna e alla scalata. Anche in questa intervista, gli abbiamo chiesto di essere didattico e pedagogico, passando ai raggi x preparazione, acclimatazione, motivazione, principali difficoltà e la scelta del “maledetto” Sperone Mummery, vera e propria sfida nella sfida.

Daniele Nardi sui monti Lepini vicino a casa
Daniele Nardi sui monti Lepini vicino a casa

Come hai effettuato la preparazione alla tua spedizione? La preparazione ha una parte generale e una tecnico-alpinistica. Quella generale è fatta di tanta corsa, aerobica, resistenza, potenza, fiato. Da un anno e mezzo mi alleno al centro di preparazione olimpica di Formia, guidato dal coach Andrea Orlandi e in compagnia di due fratelli specialisti del mezzo fondo: Mohad e Moahmed Abdikadar, di origine somala ma entrambi promesse dell'atletica italiana. La parte tecnica la faccio in montagna, scalando falesie di calcare vicino a Sezze, e d'inverno le pareti di ghiaccio sugli Appennini tra il Lazio e l'Abruzzo. L'anno scorso inoltre ho fatto un corso di apnea in assetto constante con la campionessa Ilaria Molinari. Ho imparato ad esempio come usare il diaframma per migliorare l'efficienza della respirazione.

Quali sono le più grandi difficoltà a cui andrai incontro? La difficoltà principale sta nel fatto che, a differenza dell'anno scorso quando ero in cordata con l'alpinista francese Elisabeth Revol, sarò solo. Dal punta di vista fisico è dura resistere e persistere in condizioni di deprivazione sensoriale e freddo intenso per un lungo periodo di tempo. Non è facile passare 30-40 giorni in un campo base protetto dai soli strati di una tenda e non avere possibilità di farsi una doccia calda. Ma quella è solo la base, poi parte la lotta contro i 40-50-60 gradi sotto zero in una condizione di ipossia. Più ci avviciniamo agli 8.000 metri meno ossigeno ricevono le nostre cellule. In quelle condizioni, non si possono passare più di 30-40 giorni in un campo base.

Perché hai scelto di scalare lo Sperone Mummery che tutti, a partire da Reinhold Messner, ti sconsigliano? Già dal 2008 sono rimasto affascinato dalla figura di Albert Frederick Mummery, che a fine 800 si trasformò da professore di economia ad appassionato della scalata. Dopo diverse imprese nel Caucaso e sulle Alpi nel 1895 provò a scalare il Nanga Parbat, il primo uomo a sfidare gli 8mila metri. Le carte dicono che sullo sperone sia arrivato a 6.100 metri, poi si è spostato su un altro versante ed è stato ucciso da una valanga. Di fatto lui è riconosciuto come l'inventore dello stile alpino. Io vorrei riuscire a scalare d'inverno il Nanga Parbat passando da quella via, è quello il contributo che vorrei dare all'alpinismo. Ci sono vantaggi reali: più è dritta la linea verso la vetta, meno si fa strada. La grande incognita è la presenza della neve sul plateau, oltre i 7.200 metri.

Per riuscire nell'impresa ci vuole la fantomatica “finestra di bel tempo”. Quanto dura? L'anno scorso dopo aver scalato la parete dello sperone Mummery la fatica unita alle cattive condizioni atmosferiche ci hanno indotto a tornare a casa. L'anno scorso riuscirono a scalare il Broad Peek ai primi di marzo grazie a una finestra di bel tempo abbastanza lunga. Finì in tragedia: salirono in quattro, scesero in due. Una finestra di bel tempo corrisponde in 2-3 giorni: non nevica, c'è il sole, soprattutto non tira tanto vento. Condizioni difficili da ottenere per più giorni. Essendo il Nanga Parbat lontano 4mila metri dal campo base, in condizioni normali tre giorni non sono sufficienti.

Prima di tentare l'impresa dovrai effettuare l'acclimatazione. In cosa consiste? L'acclimatazione la farò su una montagna laterale al Nanga Parbat, sul Ganalo Peak, una montagna di 6.500 metri. Ho bisogno di fare un paio di notti a quella altezza. Ci vogliono circa 2-3 settimane, anche per l'acclimatazione c'è bisogno di finestre di bel tempo. L'obiettivo è dare al proprio organismo il tempo di produrre più globuli rossi. Si cerca inoltre di facilitare l'aumento della respirazione, mentre ci sono ghiandole che con l'acclimatazione secernono ormoni in modo diverso per mantenere questo equilibrio. Per raggiungere questi obiettivi bisogna gradualmente salire di quota. In assenza di pressione, i polmoni hanno difficoltà a ricevere aria e quindi ossigeno. I globuli rossi aumentano per dare al sangue la possibilità di catturare più ossigeno possibile. L'acclimatazione si può fare fino a 7mila metri circa. Oltre quella quota, il nostro corpo non è più in grado di compensare l'assenza di ossigeno. In uno stile classico si compie l'acclimatazione sulla via di scalata, in uno stile alpino lo si fa prima, in un'altra zona.

In azione sul Bagirathi
In azione sul Bagirathi
In Pakistan con i ragazzi del progetto "La Maglia della Solidarietà
In azione sul Bagirathi
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Cosa porterai con te al momento di tentare la scalata? Il minimo indispensabile. Due piccozze, una macchina fotografica e un piccola videocamera. Batterie al minimo, barrette energetiche, 5 paia di guanti di diverso tipo, due paia di occhiali di cui uno a forma di maschera, berretti, tuta in piuma, indumenti a cipolla, ramponi, una tenda piccola, due bastoncini da trekking, una corda e cinque viti da ghiaccio per scendere dalla montagna: 25 chili sulla schiena. Potrò Riposarmi 2-3 ora al giorno, durante le ore di sole. Non sarà un vero dormire, ma sopravvivere alla notte.

Il tuo sport è pericoloso, logora il fisico, le imprese come quella che stai per tentare hanno pochissime chance di essere realizzate. Dove trovi la motivazione? Più che l'impresa in sé, è la bellezza della montagna che ci fa affrontare le sfide. L'alpinista è come un artista perché disegna delle linee di scalata su una montagna. La storia di quello sperone mi fa ancora più sognare. La vetta chiama come una sirena, ma non è per lei che io scalo le montagne. Posso rassicurare chi mi seguirà sul web: sono sempre tranquillo quando effettuo le mie scelte, ho già dimostrato l'anno scorso di sapere quando fermarmi.

Nicola Accardo

>>> Segui sulla pagina Facebook di Daniele Nardi gli aggiornamenti sulla spedizione Nanga Parbat 2014

Il percorso tratteggiato numero 2 è quello scelto da Daniele Nardi per scalare il Nanga Parbat
Il percorso tratteggiato numero 2 è quello scelto da Daniele Nardi per scalare il Nanga Parbat
Crediti: web , danielenardi.org/salewa