Daniele Celona: “Amantide Atlantide”, l’intervista per L’indiece di melty

Daniele Celona - "Amantide Atlantide"
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Daniele Celona ha raccontato a L’indiece di melty alcuni retroscena sul suo prossimo disco di inediti, “Amantide Atlantide”, in uscita il prossimo 3 febbraio per NøeveRecords e Sony Music.

Daniele Celona è un cantautore torinese con un album di inediti alle spalle (“Fiori e demoni” del 2012) e una serie d’importanti collaborazioni (Paolo Benvegnù, Teatro degli Orrori, Levante ecc.). Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo prossimo disco, “Amantide Atlantide”, il prossimo 3 febbraio per NøeveRecords e Sony Music. Un cantautorato che si spinge fino ai limiti del rock quello di Daniele Celona: la sessione ritmica è massiccia e coinvolgente, un tappeto ideale per il cantato, il parlato, l’urlato di un cantautore che ha davvero tanto da dire. Tra la batteria corposa e la chitarra elettrica, che dai più leggeri arpeggi passa a veri e propri sfoghi liberatori, si fa strada una sezione di testi ricercata e mai banale. Dopo le ultime interviste ad Alessandro Guercini dei Fast Animal And Slow Kids e a Federico Fiumani su “Un ricordo che vale dieci lire” L’indiece di melty vi presenta Daniele Celona.

Come nasce “Amantide Atlantide”? Cosa cambia rispetto a Fiori e Demoni? Un disco è sempre un viaggio. Nel tempo e negli stati d’animo attraversati. Si finisce per fare un resoconto di quel che è accaduto, e che più di altro ha smosso qualcosa al tuo interno. Non credo di riuscire a spiegare più di tanto un processo che è in buona parte istintivo. Scrivo per non uscir fuori di testa. E’ la mia terapia. Amantide Atltantide è il mio secondo disco e non fa eccezione. Sono undici canzoni, undici figlie che porto al debutto in società, al gran ballo delle orecchie altrui. Sostanzialmente ho lavorato molto meno al computer e più in sala con la band. Ho pensato non tanto al bene della canzoni, quanto al divertimento che ne avremmo ricavato dal vivo. Da qui la presenza di strutture ancor più articolate, di lunghi tratti meramente strumentali e fills di batteria ancor più invadenti rispetto al disco precedente. Il marchio di fabbrica continua comunque a essere il medesimo: grandi escursioni di dinamica con testi che principalmente sondano il mondo delle relazioni personali annegate nel contesto sociopolitico attuale. Fa eccezione, o quasi, la sesta traccia, Johannes, che prende ispirazione dal protagonista del “Diario del seduttore” di Kierkegaard. È questo, oltretutto, il brano con cui proseguo il mio esperimento alla ricerca di una formula quanto più efficace possibile nell’equilibrio tra parlato e cantato nei suoi vari registri. Era iniziata lo scorso disco con Ninna Nanna o con la parte centrale di Mille Colori. Per quel che concerne la produzione esecutiva, infine, il contesto rimane ahimè molto simile a quello di Fiori e Demoni: poco tempo, pochi soldi e molto fai da te. Avanti tutta.

Il tuo “cantautorato rock” è quasi una terza via tra i Management del Dolore Post Operatorio e Giuliano Sangiorgi: ti rivedi in questa immagine? Quali sono gli artisti che più ti hanno influenzato? Direi di no. È quanto ti dicevo prima rispetto alla ricerca di una formula. Molti come me, hanno stretto la metrica del testo per dare più spazio a locuzioni lunghe, a un numero maggiore di parole con cui descrivere una scena o una sensazione. Il tutto senza dover per forza rinunciare alle peculiarità della musica e della lingua italiana. Quella che propongo è la mia personale, quanto opinabile ricetta. Rispetto ai riferimenti che hai dato, il mio “spoken word” non è mai realmente tale, non è atonale, è comunque vicino al cantato, un decantato ecco. Dall’altra parte anche l’utilizzo del falsetto, se è questo ciò a cui alludi, è ben diverso. Se dovessimo fare un parallelo con dei pedali per chitarra, sarebbe come confrontare un riverbero con uno whammy. Effetti sonori quasi agli antipodi, benché entrambi dotati di una loro bellezza e peculiarità. Per quel che riguarda gli artisti che ascolto di più, a livello italiano ho da sempre una passione per Benvegnù e Umberto Maria Giardini. Di stranieri potrei citarti Deftones, QUOTSA, Interpol, Wombats, Yoko Kanno e i We Were Promised Jetpacks. Da pianista poi, Thelonious Monk fuori scala.

Diversi brani di “Amantide Atlantide” durano circa 6 minuti: tu cosa pensi della “logica social”, che vuole prodotti rapidi ed immediati, o delle radio che spesso rifiutano di mandare in onda brani troppo lunghi? Beh, i social in realtà non sono per forza improntati al tutto e subito. Mi spiego. Possono dare senz’altro luogo a delle aberrazioni per cui un fenomeno viene amplificato e bruciato in tempo zero. Possono altresì seminare degli input che innescano ricerca, stimolano la curiosità da parte dell’utente, che sarà portato a scoprire di più su quel determinato fatto e/o persona e su quanto gli gira attorno. Il passaparola ha un suo peso insomma, e può, ad esempio, portare anche il ragazzino da “click e via”, a fermarsi, a guardare lo streaming di un concerto intero magari. Su quest’aspetto un po’ di speranza occorre mantenerla. Per la radio d’accordo, vigono ormai delle regole scritte e non scritte e i tempi sono meno imprevedibili. Ritmi scanditi chiaramente anche da necessità pubblicitarie, intendendo con questo sia le promozioni di artisti e pseudo tali, sia il “consiglio commerciale” in senso stretto. Un brano da cinque, sei minuti è fuori gioco, quasi banale a dirsi in un contesto del genere, ma il problema vero ad esser sinceri sono più le scelte editoriali nette per cui il rock e affini sono magari esclusi a priori dai palinsesti.

Puoi raccontarci l’esperienza con i Nadàr Solo e con Levante? Beh è una storia di affetto e stima. Bella e complessa come talvolta solo le relazioni che sanno di famiglia possono esserlo. I Nadàr sono amici da tanto e sono stati la mia backing band per gli ultimi tre anni anni circa, preproducendo insieme a me questo disco. Per quel che riguarda Levante, all’inizio è partita come una storia tra tante. Si è pagata il disco e ha chiesto a degli amici, a me e Alessio se potevamo accompagnarla per delle date. Il brano Alfonso ha poi cambiato tutto, proiettandola in una dimensione diversa da quella nella quale normalmente bazzichiamo noi pecorelle nere indipendenti. Questo ha permesso di dar luogo a un tour e una band più composita che vedeva sul palco assieme a lei altre tre realtà. Me medesimo, due terzi dei Nadàr e Alberto Bianco, altro collega cantautore, nonché produttore del suo “Manuale Distruzione”. Quest’anno escono tutti i nostri quattro dischi e credo di poter affermare senza presunzione che sia una prova di forza non da poco da parte della scena torinese. Scena oltretutto che ha molte altre carte da giocare oltre noi, alcune delle quali con potenziale anche al di fuori dell’Italia.

Daniele Celona dal vivo: novità al riguardo? Ho fatto un primo giro in duo con Anthony degli Anthony Laszlo per il Sud Ovest acustico tour. Giro che anticipava il disco e ne proponeva già qualche brano riarrangiato. Partiremo a inizio Febbraio con le date, sia quelle promo in-store che in elettrico full band. Intorno a Maggio poi, tra una tranche e l’altra dell’elettrico, abbiamo in testa di fare un set molto diverso con un paio di archi ad accompagnarmi e io che mi divido tra piano e chitarra.

Gabriele Naddeo (Twitter: @GabboNad)

Crediti: Sollevante Press Office