Da Colazione da Tiffany a Green light: il rifiuto del perbenismo

Da Colazione da Tiffany a Green light: il rifiuto del perbenismo
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Cosa accomuna la celebre pellicola del 1961 e il testo di un’artista neozelandese dei giorni nostri? Una delle chiavi di lettura che congiunge le due realizzazioni, seppur con 56 anni di distanza, è la percezione della donna: indipendente, irreverente e che non teme di mostrare la sua fragilità.

Ammettiamolo, tutti noi, almeno una volta, ci siamo chiesti cosa facesse Holly Golightly (Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”) per guadagnarsi da vivere. I toni smorzati del personaggio eludono quest’elemento, trasportandolo in secondo piano, o meglio, facendolo diventare funzionale al messaggio del film stesso. Infatti, Holly/Audrey si fissa nell'immaginario come creatura libera e ribelle, non come prostituta, rendendo quindi accettabili e, addirittura, attraenti, nuovi modelli di condotta. Pur conoscendo i principi della morale puritana, infatti, la protagonista sceglie di ignorarli deliberatamente, senza dare alcun peso alle consuetudini sociali, ma anzi, sacrificandoli in nome di tutto ciò che le procura divertimento.

L’involontaria rivoluzione di Blake Edwards, regista del film, agisce direttamente sullo status quo e Hollywood diviene la più potente fabbrica di cultura popolare e ideologia. La Nouvelle Vague, per esempio, creò icone femminili controcorrente: il vestire di nero, colore che al cinema corrispondeva alle "donnacce", diventò un passe-partout, sinonimo di chic e praticità.

I semi del proto femminismo moderno giungono sul grande schermo proprio grazie a figure come quella di Holly Golightly, sdoganando i comportamenti cosiddetti riprovevoli, quali ad esempio quello di esplorare la propria sessualità. Infatti, 56 anni dopo, la seconda strofa di una canzone electro-pop inizia proprio così: “Sometimes I wake up in a different bedroom”

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Da Colazione da Tiffany a Green light: il rifiuto il perbenismo

Si tratta di Green light, il brano che apre l’album Melodrama firmato Ella Yelich-O’Connor (in arte Lorde), che cresce e si sviluppa in un crescendo elettro-acustico, sfruttando il silenzio come elemento sonoro e facendo oscillare gli arrangiamenti dalla semplicità al puro delirio, spesso nel giro di poche battute. La canzone racconta la difficoltà di bastare a se stesse dopo una storia d’amore. Questo processo si traduce nell’abbandono di tutti i comportamenti ben visti dalla società dei giorni nostri, sacrificandoli, esattamente come Holly, in nome del divertimento. La stessa cantautrice infatti, ha dichiarato alla rivista Rolling Stones, che il disco racconta di house party e delle storie e i drammi che ne derivano.

Il ludus dunque, diventa una sublimazione della fragilità e della malinconia, elementi che sia nella pellicola americana sia nel brano sopracitato vengono valorizzati a proposti come punti di forza. Per quanto sia considerato irrilevante, questo principio va del tutto contro l’usanza e la morale perbenista, che dipinge una donna rispettabile solo in ordine alla sua compostezza e alla sua capacità di essere impeccabile in ogni occasione.

Le due realizzazioni sembrano essere il compimento della donna predetto da Mary Wollstonecraft che nel 1792 scrisse: “E’ ora di effettuare una rivoluzione nei modi di vivere delle donne - è ora di restituirle la dignità perduta - e di far sì che esse, in quanto parte della specie umana, operino riformando se stesse per riformare il mondo". Tuttavia, la rivoluzione auspicata dalla scrittrice britannica la si attua vivendo nel nostro tempo: il femminismo non è più un problema che tange la donna in quanto tale, ma che coinvolge il gender e le discriminazioni correlate ad esso. Bisogna dunque, avere il coraggio di educare all'innovazione, evitando la trasmissione di preconcetti che, radicalizzandosi, rischiano di passare per verità assolute. Fino a quando una donna non sarà in grado di rivoluzionare il proprio modus vivendi senza che a questo non sia riconosciuta dignità sociale, continueremo a vivere in un tempo che non ci appartiene.


Crediti: Google