Carnicats: “Il nostro rap lontano dalle mode”, l'intervista per l'Indiece di melty

Il gatto carnico dell'album 'Nel frattempo'
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Il rapper Doro Gjat, leader dei Carnicats, si racconta all'Indiece di Melty. Tra gli esordi rap, le chiusure dell'hip hop, la passione per il basket e il prossimo disco. Leggi l'intervista e guarda i video.

Chi l'ha detto che l'hip hop è solo avventure urbane, graffiti e storie di ghetto? Qualcuno, in mezzo alle montagne dell'estremo Nordest Italia, ha provato a uscire da questa “gabbia” concettuale, partendo dai fondamenti di rap e hip hop per creare qualcosa di diverso, autoctono, meticcio nel senso positivo del termine: sono i Carnicats, gruppo di Tolmezzo, Carnia, provincia di Udine, che negli ultimi 10 anni si è creato una nicchia di notorietà con il suo beat travolgente e i suoi testi irriverenti cantati in italiano e in friulano (tumiecin, ad essere più precisi). Erano partiti in quattro, ora è il loro leader, Doro Gjat (nome d'arte di Luca Dorotea) a portare avanti il progetto, sempre affiancato dai co-fondatori Dek Ill Ceesa (Mc) e Dj Deo (beatmaker, dj). Una realtà particolare con un percorso inusuale, quella dei “gatti” della Carnia, come racconta Doro a melty: “L'approccio con la musica hip hop l'abbiamo vissuto attraverso le riviste, perché da Tolmezzo non avevamo chi ci portasse a Udine in macchina. Successivamente siamo maturati come uomini e come artisti, abbiamo messo insieme i primi pezzi fino ad arrivare a un punto, nel 2006, in cui ci sentivamo pronti”.

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Da lì alla notorietà il passo è stato breve, pur se in salita, come si conviene a chi ha la montagna nel sangue. “La prima spinta l'abbiamo ricevuta dalla musica in friulano. Ceesa vinse il “Premi Friûl”, un concorso per musica in lingua friulana in cui il premio era l'incisione di un disco. Grazie anche all'aiuto di Fulvio Romanin della ReddArmy, che è ancora il nostro guru, uscì il nostro primo disco”. Un disco ascrivibile al genere dell'hip hop/rap, ma che lo stesso Doro fatica a inserire in una categoria definita: “Se devo dare una definizione lo definisco rap, non hip hop, perché quella dell'hip hop è una cultura molto ben definita, con regole molto rigide e un'identità molto forte. Noi abbiamo fatto la gavetta nell'hip hop, ma quello a cui siamo arrivati e un rap con aperture ad altri generi quali il rock e l'elettronica”. Un rap in salsa carnica e con “contaminazioni” di altri generi che a tutt'oggi non è stato pienamente compreso e accettato da tutti i puristi del genere: “Quando ho cominciato a vivere l'hip hop più da vicino sono rimasto un po' deluso, perché mi sono sentito molto giudicare. «Voi pensate del paesino, che andate a fare sbronze nel bar e che il sole tramonta dietro le vette. Questo non è hip hop». Mi sono sentito dire che se non esci da situazioni di disagio non puoi fare hip hop”.

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I Carnicats, però, sono “animali” testardi, duri come la roccia della Carnia, e vanno avanti per la propria strada: tra un disco e l'altro (cinque ne sono usciti, inclusi due mixxtape e l'EP “Doro Gjat meets Zion I”, e il sesto è in gestazione) calcano importanti palchi nazionali (hip hop tv beach party, Barcolana, Sunsplash) e internazionali (Liet Lavlut festival, in Svezia), fino ad approdare su Deejay Tv con il video di debutto “Carnicats” e il suggestivo video di “Paisan”. Una popolarità internazionale che trova la sua sublimazione a livello locale (“Siamo riusciti a entrare in casa della gente parlando nella loro lingua di cose che vivono ogni giorno”), non senza continuare ad assorbire e metabolizzare gli input più svariati: “Dicono che per saper scrivere bisogna leggere tanto. Beh, per fare musica bisogna ascoltarne davvero tanta. Se devo fare dei nomi dico Kendrick Lamar, i Mayday, ma anche gli Zion I: quando ascolto i loro pezzi sento la Carnia. E seguo molto il cantautorato italiano: per raggiungere alti livelli di poetica è necessario ascoltare maestri come De Andrè, Battiato e De Gregori, ma anche Lucio Dalla, un cantante dalla malinconia pericolosa”.

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Qualcosa in inequivocabilmente hip hop, però, c'è nel “DNA” personale e artistico di Doro Gjat: l'amore per la pallacanestro. Appassionato di NBA (“se fossi un giocatore sarei Ray Allen”), ex tifoso della Fortitudo Bologna, club anticonformista per eccellenza, a livello giovanile si disimpegnava egregiamente anche con la palla a spicchi in mano: “Nella categoria cadetti segnavo 20-25 punti a partita, ma ho sempre voluto fare il rapper. Mi sono accorto abbastanza presto che come cestista non avrei avuto molto futuro”. Già, il futuro. Un punto di domanda allora e un punto di domanda tutt'oggi per chi, nel sottobosco della musica delle major, cerca di rimanere fedele ai propri principi lirici e artistici senza piegarsi alle logiche dominanti. “Molti artisti italiani sono modaioli, soprattutto a Milano. Anche quelli che partono dal centro-sud, nel giro di due dischi finiscono per copiare una delle tante microtendenze americane”. Scorciatoie per il successo, formule non troppo magiche che i Carnicats rifiutano in nome della sperimentazione musicale, un principio che Doro Gjat ha ribadito nell'album “Vai fradi” che, già inciso, uscirà probabilmente a fine estate, anticipato dal singolo “Ferragosto” (vedi video sopra, sotto il making of): “Quello che abbiamo creato nel nuovo disco è un mix tra elettronica e rock ma in quattro quarti, un'attitudine hip hop. Ci sono pezzi con un beat chiaramente elettronico, con suoni che rimandano quasi all'eurodance anni '90, ma con un tempo dimezzato e un chitarrista metal che ci suona sopra con un effetto anni '80. Ci piace mescolare, cercare soluzioni nostre”.

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Soluzioni acustiche accompagnate da testi mai banali e, con il passare degli anni, sempre meno confinati alla – pur dignitosissima – realtà della piccola provincia settentrionale, un rap dissacrante e canzonatorio ma mai fine a se stesso: “I Gente Guasta in “Lotta armata”, uno dei pezzi cardine della vecchia scuola italiana, dicono: «Non si fa rap per parlare di rap, si fa rap per trasmettere altro». È così anche per i Carnicats: il rap è un mezzo, non è un fine. Un mezzo per tirare fuori quello che hai dentro. È una questione di sentimenti, di immagini che ti saltano in testa. Magari una sera esco, guardo la luna e mi nasce un'immagine in testa. La musica serve ad esternare queste immagini”. I Carnicats, intanto, sono riusciti a rendersi ambasciatori della terra in cui tanto si identificano portandone le immagini in tutto il mondo tramite il già citato video di “Paisan”. Ora, per Doro e compagni, sembra essere in arrivo l'esame di maturità artistica. Ma prima ci sarà da godersi la notte prima degli esami...

Crediti: Luca Dorotea, Carnicats, Doro Gjat