Caparezza: da Zimbardo alla psicoanalisi, le ispirazioni del nuovo album Prisoner 709

Le ispirazioni del nuovo album di Caparezza
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Michele Salvemini, in arte Caparezza, torna a far parlare di sé a tre anni da “Museica” con un nuovo disco tanto profondo quanto potente. “Prisoner 709”, questo il nome del nuovo album pubblicato il 15 settembre 2017. Analizziamolo attraverso l’occhio dei pensatori che lo hanno ispirato: Freud, Jung e Philip Zimbardo.

Di Nicola Solino

Caparezza torna in scena con un album che si distacca violentemente dal precedente, sia per quanto riguarda le tematiche trattate che per la musicalità dei pezzi. Ebbene, se “Museica“, precedente lavoro dell’artista di Molfetta, era concepito come un vero e proprio museo che metteva in mostra l’osservazione del mondo da parte del rapper, “Prisoner 709” trova invece la propria dimensione nell’interiorità più totale. Un viaggio introspettivo, auto-analitico e psicoanalitico, messo in atto in 16 tracce, che si propone di scandagliare i fondali della propria personalità. I motivi di questa analisi sono da ricercare nei problemi, sia fisiologici che psicologici, che da anni affliggono il cantante, giunto ormai ad un punto importante della propria carriera, nonché ad un’età definibile come “avanzata” per il genere di musica che intende portare.

“Acufene e fischi” cantava, come premonitore, Caparezza nella prima traccia di Museica. Sarà durante il tour tenutosi a seguito di quest’ultimo album, nel 2015, che l’autore cadrà vittima di un male che lo accompagnerà costantemente fino alla stesura di Prisoner 709 e che, paragonandolo all’effetto di feedback acustico, chiamerà “Larsen” mettendo a nudo il proprio dolore nella decima tappa di questo viaggio che va dalla prigionia alla fuga: fuga dalle prigioni che ognuno di noi si crea e in cui viene rinchiuso da sé stesso.

Per quanto riguarda la prigionia ed il concetto espresso con essa nell’album, Caparezza afferma essere stato d’importanza cruciale l’esperimento tenuto nel 1971 nell’interrato dell’università di Stanford dallo psicologo statunitense Philip Zimbardo. L’esperimento carcerario di Stanford, diventato poi famoso, consisteva nel selezionare 24 uomini, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti secondo lo staff gestito proprio da Zimbardo, per poi suddividerli in due gruppi da 12 ed affidare loro due ruoli diametralmente opposti: guardie e carcerati. Come riporta wikipedia: “i prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color cachi, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione“.

Gli esiti furono però molto più importanti e drammatici di quanto ci si poteva aspettare. Dopo appena un paio di giorni, i pazienti si erano immedesimate così profondamente nei propri ruoli da compiere atti violenti. I detenuti si strapparono le divise di dosso, barricandosi nelle celle ed inveendo contro le guardie; queste iniziarono un’azione intimidatoria che comprendeva serie punizioni corporali ed umiliazioni al limite della tortura. L’esperimento, conclusosi prematuramente a soli cinque giorni, mostrava per i prigionieri sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva, mentre le guardie videro derive autoritarie dai toni sadici e violenti. L’intento di Zimbardo era dimostrare la teoria della deindividuazione dello studioso francese Gustave Le Bon, la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali.

“L’esito di quello studio mi sconvolse: dopo appena un giorno i primi erano annichiliti nella loro personalità, mentre i secondini, che prima non volevano indossare la divisa, già abusavano della loro posizione. Ritorna il tema centrale del disco: il nostro ruolo nella società, e ciò che ci viene imposto". Così commenta Caparezza stesso, esplicando dunque quanto fondamentale possa risultare quell’evento per la stesura dell’album. Il prigioniero 709, più Michele che Caparezza (dove 7 sta per le lettere che compongono il primo e 9 per quelle che compongono il secondo), si ritrova “ostaggio” di un mondo della musica pretenzioso e pressante, che analogamente alle guardie di Zimbardo, tende ad annichilire la personalità di un artista cercando di bloccarlo in questa “categoria” piuttosto che in quest’altra. La vera prigione, tuttavia, non è quella imposta dall’esterno, quanto quella interna: “io sono un artista libero in prigione. Dalla prigione io potrei benissimo uscire, ma io ho quasi voglia di rimanervi dentro e analizzare il motivo per cui vi ci sono finito“. Emblematica la traccia numero undici, “Sogno di potere”, ove il prigioniero che “sogna di potere andare via” esprimerà tutta la propria rabbia. Con la psicoanalisi, altro tema ricorrente nell’album, Michele e Caparezza tenteranno con la comprensione di uscire da questo “macro-esperimento“.

“Il rap è psicoterapia, quindi materia mia

Block notes penna a sfera, via!”

Nella quarta traccia del disco, intitolata “Forever Jung” (chiaro il gioco di parole tra young che in inglese sta per giovane, e Carl Gustav Jung, uno dei pionieri della psicoanalisi), viene mostrato il legame indissolubile tra rap e psicoterapia, legame chiarificato durante numerose interviste all’autore, il quale ha affermato che “il rap è la prima forma di psicoanalisi, in cui l’artista si esprime in maniera libera, come un in un flusso di coscienza“. Ma se il rap è psicoanalisi del nuovo millennio, allora la psicoanalisi è ciò che ha preceduto il rap come approccio alle tematiche dell’interiorità, e questa deduzione svela l’arcano che è dietro ad un’altra frase emblematica del pezzo, che recita: “I veri padri del rap sono Freud e Jung / Prima di Dj Kool Herc e del folle boom". La psicoanalisi tornerà ricorrente nei vari pezzi, poiché il rap è un flusso continuo di pensieri, flusso che va a formare una vera e propria valvola di sfogo per i giovani che approcciano a questo mondo. Il rapporto con la dimensione inconscia, tanto caro a Sigmund Freud ed al suo allievo Jung, è dunque la chiave di lettura del disco, che viene fuori come un grido dal dolore della situazione vissuta da Michele.

“Ho ingrandito la cella, è un po’ più comoda. Ho iniziato un percorso, la vedo così. Una crisi è anche positiva perché ti mette davanti a delle possibilità nuove, facendoti crescere. Ho recuperato anche una certa voglia di continuare a fare musica, che è fondamentale” conclude Caparezza per i microfoni di Radio 105. Il percorso di redenzione da se stessi non può che identificarsi in una delle tracce più emotivamente cariche dell’intero album, la numero sette. Come uscire dunque dalle proprie prigioni? Cominciando a ricordare che, nonostante tutto:

“No, non è vero che non sei capace

che non c'è una chiave"

Crediti: Facebook