Cannes 2016: Café Society, la recensione del film con Kristen Stewart

Kristen Stewart e Jesse Eisenberg nel film
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"Café Society" di Woody Allen ha aperto Cannes 2016: una leziosa cartolina vintage dall'America anni '30, elegante ma vuota. Spigolosa Kristen Stewart, ottimo Steve Carrell. La recensione.

Si alza il sipario sul 69° Festival di Cannes. L'edizione di quest'anno ha aperto, come tradizione, all'insegna di quel cinema di qualità che flirta con il glamour e i red carpet. Il film d'apertura è stato infatti "Café Society", la nuova fatica dell'intramontabile Woody Allen, giunto alla veneranda età di 81 anni. Se da una parte c'è dunque l'Autore con la A maiuscola, dall'altra c'è un cast perfetto per fare scattare i flash sul tappeto rosso: Kristen Stewart, Blake Lively, Jesse Eisenberg (di recente visto in "Batman v Superman"), Steve Carrell e via dicendo, in un trionfo di glamour intelligent-hollywoodiano. Com'è dunque il film d'apertura di Cannes? Cosa ha combinato Woody Allen questa volta?

"Café Society" è ambientato nell'America degli anni '30. Bobby (Eisenberg) è un giovane newyorkese, esponente di una famiglia di ebrei vicini alla malavita della città, che decide di trasferirsi a Hollywood per cercare fortuna. Qui lavora suo zio Phil (Carrell), boss di una casa di produzione cinematografica. Arrivato a Los Angeles, Bobby riesce a inserirsi nel mondo della Hollywood degli anni 'd'oro, svolgendo lavoretti per lo zio. L'amore, tuttavia, è in agguato. Il giovanotto perde infatti la testa per Veronica (Stewart), segretaria di Phil. I due cominciano a uscire e frequentarsi, diventando sempre più intimi. Bobby è innamorato perdutamente della ragazza ed è pronto a sposarla. Una notizia, tuttavia, sconvolgerà i suoi sogni: Veronica è l'amante di suo zio Phil e ne è perdutamente innamorata da tempo. Sarà l'inizio di un pericoloso triangolo amoroso.

Dicevamo, cosa ha tirato fuori dal cappello Woody Allen questa volta? "Café Society" si inserisce decisamente nel filone favolistico-nostalgico della sua recente filmografia, ossia quei "Midnght in Paris", "Magic in the Moonlight", "Vicky Cristina Barcelona" e "To Rome with love" con cui il regista newyorkese ha creato una serie di cartoline sognanti dei paesi in cui erano ambientati. Barcellona, Roma, la Costa Azzurra e Parigi venivano raccontate attraverso i loro cliché e le storie erano dei puri pretesti. "Café Society" non si distanzia di un millimetro da quest'approccio, creando una leziosissima cartolina degli Stati Uniti degli anni '30, quelli dello sfarzo della Hollywood classica di Ginger Rogers, del jazz e dei gangsters. Questo mondo viene mostrato attraverso i suoi cliché in modo sognante e nostalgico. Puro vintage, insomma. Dentro la cornice elegante e raffinata (caratterizzata da una fotografia color Orzo di Storaro), tuttavia, il film non c'è o quasi. Il triangolo amoroso tra Bobby, Phil e Veronica (al quale si aggiunge alla fine pure Blake Lively) è disegnato con superficiale pigrizia, rimanendo in una zona grigia tra l'amore per il cliché e la banalità più assoluta. Certo, i fan di Woody diranno che c'è dell'intenzionalità in questo ritratto didattico e sospeso dell'amore, ma il film, con tutto il bene che si può volere al regista americano, non decolla mai. Grandissima, a ogni modo, l'interpretazione di Steve Carrell, ormai uno dei più talentuosi attori di Hollywood: il suo Mogul di Hollywood, fragile e prepotente, è la cosa migliore del film. Più sofferta la prova di Kristen Stewart (che di recente ha rifiutato di definirsi 'lesbica'), la cui spigolosità e freddezza non sembra molto adatta ad un ritratto così fiabesco dell'America degli anni '30. VOTO: 5

Crediti: web