Cannes 2016: 'BGF-Il gigante gentile', la recensione del film di Steven Spielberg

BFG di Steven Spielberg
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A Cannes oggi è stato il giorno di Steven Spielberg e del suo ‘BFG- Il gigante Gentile’, ma il film ci ha convinti a meta.

Dopo sesso, scandali ed eutanasia assistita, a Cannes, nella terza giornata della kermesse, si è riusciti a trovare un po’ di spazio anche per la dimensione più magica e favolistica del cinema, con l’arrivo sulla croisette di Steven Spielberg e del suo ‘BFF-Il Gigante Gentile’. 34 anni dopo E.T il regista americano torna a raccontare la storia di un’amicizia straordinaria, ma questa volta al posto dell’indimenticabile alieno, c’ è un gigante venuto da altrettanto lontano. Prodotto dalla Disney, ‘Il gigante Gentile’ è l’ambizioso adattamento del racconto di Roald Dahl e narra le vicende di Sophie, una piccola orfana che vive a Londra. Una notta la bambina viene rapita da un gigante buono che la porta nel suo mondo: il suo nome è GGG (acronimo di "Grande gigante gentile"), ed è l'unico della sua specie che non mangia gli uomini. Sophie e GGG diventano amici e così la bambina aiuta il gigante col suo lavoro: creare e portare bei sogni ai bambini che dormono. Un giorno, pero, i due scoprono che gli altri giganti hanno intenzione di fare una nuova strage e così i due amici decidono di avvisare la regina d’Inghilterra della prossima minaccia

Sulla carta la formula di ‘BFF’ era a dir poco perfetta: uno dei racconti per bambini più amati di tutti i tempi e il regista che meglio di tutti ha saputo raccontare per immagini sul grande schermo il mondo e le fantasie dei più piccoli (come dimenticare Hook Capitan Uncino o ancora Le avventure di Tin Tin?) eppure, qualcosa in un meccanismo pur rodatissimo, è andato storto: in molti avevano preparato i fazzoletti, che nella maggior parte dei casi sono rimasti asciutti e ben piegati nel taschino. BFF non si può definire un brutto film, ma si fatica a lasciarsi coinvolgere: nonostante la credibilità del protagonista, un gigante in cui si avverte più l’umanità e l’aria malinconica di Mark Rylance che la mano degli effetti digitali, la storia stenta a decollare per buona parte della pellicola: tutto troppo studiato nei minimi dettagli per lasciar trasparire quella genuinità di fondo che da sola può garantire il successo di questo genere di titoli.

Se di lacrime se ne son viste poche, le risate sono invece esplose fragorose nella seconda parte del film, che ha visto la regina d’Inghilterra e tutto il suo entourage (inclusi i suoi Welsh Corgi) alle prese con problemi di flatulenza dopo aver provato la bevanda preferita del gigante venuto da tanto lontano: una serie di gag che faranno sbellicare non solo i più piccoli, ma anche i genitori chiamati ad accompagnarli in sala. Si scivola quindi velocemente verso il lieto fine, lasciandosi trastullare da immagini perfette e trucchi da maestro, ma quando sullo schermo iniziano a scorrere i titoli di coda, la sensazione è quella di essere rimasti ‘adulti’ per tutto il tempo del film e non esser tornati bambini nemmeno per un istante: insomma, a mancare è proprio quello che tutti si aspettavano dal buon vecchio Steven, la magia. Questa volta, l’incantesimo del genietto di Cincinnati è riuscito solo a metà.

Crediti: archivio web, web