Attentato Londra: Chi sono i terroristi del machete

La scena dell'attentato a Londra
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Michael Adebolajo e Michael Adebowale, i due che hanno ucciso a colpi di machete il soldato britannico Lee Rigby, erano noti da tempo al servizio di sicurezza inglese. Dopo i video dell'attentato, sulla sorte dei due è calato il silenzio.

“Chi ha commesso questo crimine voleva dividerci. L’attacco è anche un tradimento dell’Islam. Non c’è nulla nell’Islam che lo giustifichi”. Così David Cameron, primo ministro inglese, si è espresso sulla barbara decapitazione del soldato britannico Drummer Lee Rigby ad opera di due estremisti mercoledì 22 Maggio. Troppo tardi. Sulla scia del folle gesto di Michael Adebolajo, 28 anni, e Michael Adebowale, 22, gli autori materiali dell’orrenda decapitazione del soldato, gli estremisti britannici dell’estrema destra inglese (English Defense League) avevano già occupato minacciosi le strade di Woolwich, dove era avvenuto il massacro a colpi di machete. Altri fanatici, nella serata del 22, hanno pensato di vendicare il soldato decapitato dando l’assalto a due moschee nelle contee dell’Essex e del Kent. L’orrore suscitato dal gesto di Michael Adebowale e Michael Adebolajo è stato così forte da far temere per un attimo il peggio alle autorità britanniche. “Non sarete mai al sicuro”, aveva detto Michael Adebolajo ai passanti che lo riprendevano con i loro smartphone, ancora increduli per quello che era appena successo davanti ai loro occhi. Ma la vera insicurezza, da quel giorno, è cominciata per quelle famiglie musulmane e britanniche che i due attentatori del soldato Lee Rigby dicevano di voler vendicare.

Attentato Londra: Chi sono i terroristi del machete

La società britannica aveva già dato prova di grande compattezza all’indomani degli attentati del 2005 nella metropolitana di Londra. L’attentato di Londra del 22 Maggio 2013 è stato fin dal primo momento attribuito alla matrice islamistica. Le prime testimonianze da Woolwich sembravano concordi nell’affermare che Michael Adebolajo, dopo aver provato a decapitare il soldato con il suo machete, si fosse rivolto alla folla al grido di “Allah Akbar”, “Dio è grande! ”. Il fumo dei colpi di pistola dei poliziotti sopraggiunti sul luogo dell’attentato ha, da allora, avvolto la scena del crimine. Se i video e le foto dell’assurda violenza sono stati fin da subito diffusi attraverso la Rete, la ricostruzione del retroscena dell’attentato e dell’identità dei suoi autori è stata resa nota solo a singhiozzo. Michael Adebolajo e il suo complice sono stati trasportati, feriti e separati, in due ospedali diversi posti sotto la massima sorveglianza militare. Sulla loro sorte è calato il silenzio, mentre la popolazione di Londra e del Regno Unito si è stretta intorno alla famiglia della vittima: Drummer Lee Rigby, il soldato decapitato, era un veterano della guerra in Afghanistan, ma anche padre di un bambino di due anni, sposato, e inquadrato come tamburino del secondo battaglione dei fucilieri del Royal Regiment. Su di lui si è scatenata la furia bestiale di due esaltati: il giovane Lee Rigby è diventato il capro espiatorio delle guerre dell’Occidente degli ultimi dodici anni, dopo l’attentato alle due Torri Gemelle. E non sembra un caso che, proprio nel 2001, Micheal Adebolajo, allora poco più che sedicenne, si fosse convertito all’Islam, abbandonando la sua religione d’origine, il cristianesimo.

Attentato Londra: Chi sono i terroristi del machete - photo
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Il servizio di sicurezza britannico (MI5) ha avuto le sue colpe, nell’attentato di Londra. Michael Adebolajo e Michael Adebowale erano sotto controllo da otto anni dai servizi di sicurezza, come riportato dal Daily Mail. Michael Adebolajo, in particolare, è un ex-prigioniero, ed era stato visto fare propaganda per la jihad per le strade di Woolwich, appena una settimana prima di compiere l’attentato. Lo stesso Adebolajo era già stato intercettato dai servizi segreti inglesi, in procinto di imbarcarsi per andare in combattere in Somalia, altra linea del fuoco critica dei movimenti terroristici. Non ha retto neanche per un istante la tesi di un gesto isolato e motivato dalla disperazione o, come spesso si fa in questi casi, dalla pazzia di un momento. Il gesto della decapitazione del soldato inglese col machete – così atroce, così ripetutamente animalesco – racchiude in sé significati simbolici che i due attentatori hanno evidentemente previsto con largo anticipo. L’assalto in pieno giorno nelle vicinanze di una caserma militare – simbolo territoriale di un potere militare che in patria si sente al sicuro, lontano dai “veri” campi di battaglia – è stata una replica “homemade” della guerra che ogni giorno, da dodici anni, infuria in Afghanistan. Il ritardo della polizia nell’intervento (14 minuti) è stata solo la pietra tombale di una serie di inefficienze e mancanze delle forze di sicurezza nel prevenire l’attentato e nell’isolare i due terroristi.

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L’attentato di Londra si sta già legando indissolubilmente, nell’immaginario collettivo, alle immagini dell’attentato alla maratona di Boston: anche allora due uomini, in contatto con l’ambiente del terrorismo islamico, erano comparsi dal nulla dell’anonimato collettivo per attentare alla vita di persone indifese. In entrambi i casi, le società colpite – quella inglese e quella americana – hanno dovuto fare i conti con una orribile scoperta: i “nemici”, i “terroristi”, possono essere più vicini di quanto americani e inglesi potessero immaginare. Possono essere – parola che ben pochi media hanno avuto il coraggio di riprendere nei loro titoli – “inglesi” o “americani” anche loro. Michael Adebowale e Michael Adebolajo, infatti, sono due inglesi di Greenwich e di South London. I due dividevano lo stesso appartamento di Greenwich, poi perquisito dalla polizia. Cittadini del Regno Unito, allo stesso titolo del soldato che han voluto decapitare come se fosse un nemico fatto prigioniero su un campo di battaglia. Ed ecco che, di colpo, le spiegazioni su un’entità esterna – l’islamismo, Al Qaeda – diventano meno convincenti, di fronte all’evidenza di una società che non riesce più a integrare tutti gli abitanti nella cerchia dei suoi valori. Peggio: chi si sente escluso, fin dalla nascita, può sentirsi in dovere di prendere le armi contro quella stessa società che lo ha fatto crescere. Adesso verranno a parlarci di “maggior controllo sul web” e sui siti potenzialmente pericolosi. Ma la realtà è che, per i due Michael, la società in cui sono nati è diventata – in questi anni di "guerra al terrore" combattuta in terre lontane - un nemico da colpire a sangue freddo. Il fanatismo islamico e la Jihad, in tutto questo, sono solo l'ultimo anello nella catena delle responsabilità.

Crediti: Telegraph TV, Archivio web, Archivi web, daily mail